La fantasia è un mondo pericoloso

Qualcuno mi ha chiesto più volte: ma come fai a immaginare quelle cose?
Oggi rispondo. Perché leggo epiteti come genio, artista, intelligente e non sono nessuna di queste cose.
La faccenda si lega a doppio nodo alla storia della mia esistenza, che spero non sia noiosa.

Scrivo con quel leggero stordimento che si ha quando il corpo si riprende da un malessere, quindi non credo di avere l’energia per mandare al diavolo qualcuno.
La sensazione è quella di un liquido diverso dal sangue che appesantisce tutto il resto del corpo. Considerando che non ho il riscaldamento in casa e scrivo coi guanti calzati, mi si perdonerà qualche svista.
Già, sembra un racconto dickensiano, o qualche novella bohemienne, con lo scrittore squattrinato nella stamberga che, sigaretta sul labbro, si abbarbica disperatamente alla macchina da scrivere.

Viaggio nel tempo all’origine di tutto

Sono nato povero e secondo in fila, affatto dotato in qualunque ambito della vita. Come ho scritto altrove, aspettavo che finisse l’equivoco dell’infanzia. Questo però ha provocato alcune conseguenze.
La famiglia non proprio pulita, la miseria del tipo cattivo, la differenza delle attitudini mi tenevano avvinghiato in una morsa di malinconia che non credo un bambino dovrebbe arrivare a percepire. Col fatto che non potevo uscirne in nessun modo, perché chi doveva ascoltarmi aveva un ritardo mentale o aveva confuso “educare” con “rompigli il naso se puoi, quando puoi, e starai meglio”.
Dormire col coltello sotto il cuscino perché hai paura che qualcuno in casa impazzisca non fa tanto bene, immagino.

Frank-the-rabbit-unplated-mask

Dicevano però, almeno gli altri, che ero intelligente. Questo non fu mai vero. Non lo è nemmeno adesso. Ebbi così tanto bisogno di ascolto e di aiuto che usavo parole diverse per farmi notare. Imparai il trucco e lo applicai meglio che potevo, sperando che qualcosa di esterno da me mi salvasse. Non ero quindi intelligente, ero furbo. Che è una forma di saggezza pratica, frugale, più che un dono intellettivo. Capito il trucco, e cioè che io non piacevo, non ero il bambino bello, non ero il bambino atletico, non ero il bambino che mostri alle parenti per tirartela, ma che l’intelligenza ti faceva notare, abbandonai la natura e mi applicai sulle parole. Ne imparavo volontariamente di difficili, e studiavo come parlavano nei film. Pertanto ero un moccioso di sei anni in grado di dire “Adesso mi congedo” quando volevo alzarmi da tavola.

Il mostro che ti consola

Come ho detto, cose tanto grandi non dovrebbero accadere a un bambino. La paura, l’indefinito, in sostanza una potentissima solitudine. Che riempivo di sogni privatissimi, di idee mie. Intendiamoci: all’epoca non c’erano tutte queste informazioni, queste storie, avevi al più i cartoni in televisione e un libro se andava bene. Se non eri in gamba col pallone ai giardinetti eri fregato.
Con l’indole mia, poi, era un dramma.
Fatto è che un giorno, in questa tenebra densa, si è infranto il muro. Quello che divideva la realtà dalle cose che immaginavo. Sentii chiaramente che queste cose, queste entità, i mostri e le forme mi volevano bene. Accadde insomma un processo inverso a quello che capita a tutti i marmocchi, i quali iniziano a volere le cose concrete: denaro, bambine, scarpe e motorini. Restai un passo indietro, quindi feci un passo indietro ancora. E là, in quel cerchio magico tutto nella mia testa, c’erano sensazioni di accettazione, di benevolenza, di paure ma razionali e gestibili. I mostri erano coerenti.

Potremmo metterla così: il mostro sotto il letto fu talmente impietosito che smise di braccarmi e chiese cosa potesse fare per me. Chiesi aiuto a lui perché nessuno poteva aiutarmi. Lui e le cose assieme a lui accettarono di esistere.

Cheshire red cat on Green, oil on canvas, 28x80inch,71x203cm
Solo 20 anni dopo seppi che il Gatto Rosso che mi parlava ogni notte era una simbologia condivisa. 

Cominciò così. Ogni cosa aveva due lati: quella che si vedeva e quella segreta che vedevo o intuivo io solamente. Dietro un vecchio c’era uno gnomo artigiano. Il cinema era stato un campo di atterraggio per alieni. Potevi trovare specchi magici. La luce aveva proprietà omeopatiche. I cantanti inglesi nascondevano un segreto. Da una porta nel mio animo dilagavano creature di ogni tipo, capaci di tutto. Dio non mi ascoltava, ma il Gatto Rosso la notte si, mi ascoltava eccome.

E c’erano ponti verso i luoghi. E possibilità fantastiche nel vicino di casa. C’erano stelle senzienti, biblioteche animate, città semoventi, amici e famiglie colorati e vivissimi, sebbene con tentacoli e pelame variopinto. C’erano eroi capaci di tutto, primo fra essi lo spadaccino guascone, tale Mintrigo, e c’erano ragazzine e donne bellissime alle quali attribuivo qualità fatate (nonché ipersessualità in accordo alla mia, mettiamola così).

Dare corpo all’ineffabile

Per concretizzare la presenza di queste cose, le disegnai e le scrissi. Male, malissimo, ma lo feci. Non leggevo affatto e sono sempre stato un orrido lettore, men che meno scolaro diligente, la mia carriera scolastica lo conferma. Non ero intelligente, simulavo l’intelligenza.
I bambini disegnano le case, l’albero, le persone con le mani che si toccano. Io disegnavo personalità amorfe. E volli scriverne i nomi, le storie, le ragioni. Creavo libri, con tanto di copertina, sgrammaticati e incoerenti, prima ancora di averne letto qualcuno per intero.

Quelle cose erano la mia famiglia.

Col crescere ebbi molta confusione, coi piedi ben saldi nel regno dell’impossibile vedevo i ragazzi dedicarsi alle cose pratiche procedendo nel cammino della società umana. Argomenti che non perseguo in quanto la follia mi esce spontanea, senza impegno additivo. Reputazione, benessere, salute, autostima, conquista, sessualità. Ero fuori da tutto questo.
Lo sono ancora.

Peter Pan in un bozzolo da coleottero mutante

Non ho alcuna cura dei miei aspetti esteriori, non ho alcun interesse a farmi una posizione, cosa pensate di me è assolutamente irrilevante.
Ho sicuramente bisogno di argomenti umani come l’affetto o il calore del contatto. Quello si. Ma andando alla radice, non a seguito di un gioco che si fa per dimostrarsi bene inseriti in un mondo di persone del cazzo, che tutto è meno che meritorio. Essere adeguati alla società presente è, per mio vedere, un demerito più che una conquista. Peraltro c’è chi se ne approfitta ampiamente, di codeste vostre strampalate ambizioni.
Se per “conquistare una bella donna” devo fare venti anni di studi inutili, farmi rubare lo stipendio dal Governo, sottopormi a sedute incessanti di sollevamento pesi, sbiancarmi i denti col laser e molto altro col solo beneficio di poter divorziare da una donna più bella di un’altra donna, francamente mi sono infilato da solo in un inferno.
Un inferno a breve termine in cui ogni passo è stato scritto da chi, in quel tragitto, saprà come lucrare sulle mie fatiche (e io imparerò per conseguenza come sottrarre ad altri per rientrare nei costi). Pertanto ti troverai a notte fonda a urlare contro i muri chiedendoti perché, pure rigando dritto, non diventi mai l’incredibile supereroe che ti avevano promesso. Sempre che tu lo capisca.
Buffo che io non chieda questo alla controparte, e queste si stupiscano del perché una tipa possa piacermi anche se scarmigliata e struccata per il semplice fatto di essere buffa e quindi animare le mie stanze di una felicità che mi serve più del suo liner. Del suo liner ben disposto non me ne faccio un accidente, così come del suo abito in tinta allo smalto e del conto calorico. Non sono mai stato interessato a sentirmi orgoglioso, mi accontenterei di essere felice, se non chiedo troppo.

dali-skull

Il tempo è passato e ho cercato di affinare il modo col quale trascrivo su carta la pazzia in cui albergo. Trovandomi ad oggi con strumenti lessicali più efficienti, ma il solito mondo unicamente mio. Mi ha salvato da quello vero che mi voleva morto, vittima, subalterno. Invece sono un Re. Ho ucciso in uno sforzo improbo, durante un sogno, un lupo nero a mani nude (no, con un sasso!). Volontariamente. Ero stanco di venire aggredito.
Ho visto bellezze dove voi non potreste mai vederle, e siccome i valori sono nominali allora posso garantire il possesso di una fortuna, giacché erano diamanti dove voi avete visto pezzi di vetro.
Mi ha reso più solo di quanto già non fossi, ma sarei stato solo ugualmente. Almeno così ha un senso. Posso dire in ogni caso di essere ammattito, suscitare pena ed esser lasciato in pace.

La paura più grande che può avvertire un essere umano

Questo dovrebbe rispondere bene alla domanda del “ma come fai a concepire quelle trame?”.
Concepisco queste trame perché mentre voi cercavate di farvi largo nella realtà, io sono rimasto indietro e ho dovuto sopravvivere accettando come compagnia il mondo del fantastico. Dell’immaginifico. Di ciò che non può essere, che per me è verissimo, concreto.
Sono impazzito per salvarmi, e ho imparato a convivere con queste pazzie. Quella paura che avete dell’ignoto, del mostro, dell’imprevisto, della creatura, del “se fosse” a me è toccato farci i conti. Farci matematica.
Perché la paura più grande che puoi avvertire è quella di essere completamente solo, inutile e abbandonato. Di essere il dente cariato nella bocca del Signore tuo. Accettata con rassegnazione quella, il resto sono barzellette.

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A volte insiste il bisogno di tentare una vita fattuale. Insomma, sbatto il naso contro la realtà. Divento frignone, negativo, pesantissimo. Senza rispetto per chi coinvolgo in queste crisi affatto piacevoli. Le termino il prima possibile, ho imparato a farlo sempre meglio. Sapendo che la realtà non mi compete. Non mi competono cose che voi date scontate o giuste a perseguirsi. E se io sono la cosa che sono, dire “la famiglia è una conquista” non sarà mai un assoluto: sono io stesso la smentita del principio.
Sarà per questo che i romanzi mi riescono difficilissimi, dato che esigono coerenza? LI affronto in effetti come un enigma.

Conclusione: e voi?

Non c’è conclusione. Nel senso che ognuno ha una storia sua, differente, e molti non hanno il ricordo di quel che accadde in quegli anni lontani. Possono dire “ero triste” oppure “ero felice” o magari “ero intelligente”, ma è complicato tornare là e osservare quali furono le ragioni che ci hanno portati al cambiamento o alla stasi. Si chiude l’armadio, si sposta il letto, e si spera che il peso forma o un clic azzeccato consentano di dare un senso a qualcosa che nicchia le sue lusinghe.

Però mi interessa molto sapere se la mia esperienza è condivisa o se, nel tuo caso, le circostanze sono state diverse.
Puoi fare uno sforzo di indagine?

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4 pensieri riguardo “La fantasia è un mondo pericoloso

  1. Risponderei, ma non so 1) se a qualcuno interessi sentir parlare di me, e 2) se sono il tipo da post personali. Sono il genere di persona che “non parla mai” e se c’è da consolare un amico al massimo posso cucinare dei dolci. Però ho riconosciuto Frank. Ho percorso un iter per certi versi molto simile e per altri molto diverso.

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    1. In effetti c’è del mistero in te. Conservalo, almeno nel mio caso ti aggiudica del fascino. I percorsi sono sempre molto diversi: calcolai che l’estensione dell’anima di una persona di 30 anni è 125 trilioni di chilometri e mezzo. Difficile ricalchi quella di un altro individuo. Forse solo la reazione a questa vastità ha delle similitudini. Per chi se ne rende conto, ovviamente.

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      1. Edit: ci ho provato, ma ha prevalso il “se lo leggono chiamano la polizia e il reparto psichiatria intensiva, altro che blogging” però spero di ficcare l’argomento in qualche altro post.

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