Hai una sola età per tutta la vita

Se ci fate caso, sono un essere umano di sesso maschile.
Non sono Zelda, quindi non mi riesce scrivere “evviva, guardate che successo io e le mie amikeh”, perché non ho quel tipo di angoscia da performance.
Spero che neanche voi ne abbiate. Cioè, mi immagino i lettori come personcine strafighe e autodeterminate alla guida di una Jaguar XK, non delle signorotte in crisi di identità.
Lo dirò con parole non mie: “Perché volete ascoltare la mia storia? Ci siamo già incontrati? Ci siamo simpatici? Sentite, ve lo dico subito, ok? Io non sono un tipo simpatico, la simpatia non è mai stata una priorità per me e per essere chiari questo non è un film da “oh, quanto mi sento bene”. Se siete di quegli idioti che devono sentirsi bene, be’, fatevi fare un massaggio ai piedi“.

Anteposto questo, e con la fiducia smodata che ho negli intelligenti (gli altri si uccideranno in modo atroce da soli), oggi parlo di me e dei miei favolosi, eterni quaranta anni.

Esistono le vite, ma sono compiute altrove. In altri luoghi. Intendo le vite mobili, pericolose o pericolanti, costruttive. Quelle che coinvolgono. Quelle delle vostre colleghe sfacciate, dei vostri parenti promoter di successo, l’esistenza di chi, per qualche magia che non so concepire, può acquistare una cucina laccata senza accedere a un mutuo.
Non che mi importi del denaro, il nulla che faccio sarebbe solo giustificato se avessi del denaro.
E’ che mi trovo più avanti di quanto avessi immaginato.
Non so se questa sia una mia percezione soltanto, ma insiste l’idea che stia accadendo qualcosa di grandioso che non ho recepito perché sono già oltre. Una bella quantità di passi oltre.

Mi spiego: per me l’infanzia è stata un grosso equivoco. Non è che volessi crescere per sentirmi grande, o per emulare un modello adulto (li odio con veemenza, gli uomini uomini). E’ che mi annoiavo a morte non avendo accesso ad alcuna possibilità fattuale. Fra il nulla che sapevo, fra il nulla che potevo, ero avvinto di forte malinconia.
Non rimpiango quegli anni e non ci tornerei mai. Come ho detto a una Contessina qualche sera fa, dopo un tè sofisticato, mi trovo alla perfezione dei panni del quasi quarantenne. Mi calzano a misura.

Ora, quando parlo o scrivo con lessico forbito, appaio elegante. Non sono il ragazzino singolare e secchione (anche perché, intendiamoci: non ho toccato libro in vita mia).
Non gradivo magliette o i colori sgargianti, pastellati o Cristo di un Dio tagliarmi i capelli secondo vezzo: quando ho potuto ho scelto sobrietà, condita con una punta di eccentrico, ma giusto per asserire che sono in controllo. Ora sono in stile.
La mia solitudine è usuale, condivisa e comprensibile: prima o poi tutti quegli amici si sono consunti anche per voi, come avevo previsto.
Ho scampato alcune disgrazie, come sposarmi troppo giovane, infognarmi in un lavoro alienante e addirittura riprodurmi: avrei dato luogo a un piccolo nevrotico.
Finalmente almeno una parte saggia di voi ha smesso di fare competizione, essendo i ruoli ormai concretizzati; chi ancora ci prova lo fa per denaro o pecunia neurale. Nulla che mi riguardi.

Ecco, ero quarantenne quando avevo quindici, venti o anche venticinque anni.
Avevo ragione io: era il tempo che non si stava adeguando, che era fuori sincrono. Se avete letto che esiste un luogo nel mondo per chiunque, probabilmente esiste anche un posto nel tempo che è più confacente.

Se non sbaglio è Cicerone  (linkiamo Cicerone per darci un tono) che si spertica per pagine e pagine nello spiegare a due rimbabiti adolescenti come funziona invecchiare. Non condivido tutto, in primo luogo spendere parole con due rammolliti. Secondariamente non condivido che ogni età abbandona la precedente, come fossimo bruchi che fanno metamorfosi. C’è invece un’eta reale per ciascuno, e ciascuno vive davvero quella sua età adeguata, le altre le ha in disamore o in leggera antipatia.

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Inserire un personaggio storico in un post invece di una borsetta riduce l’engagement del 21%

Ho conosciuto ragazze legate ai loro venti anni tanto da conservare tutte le follie egotiche di quel periodo anche a quaranta.
Ho pomiciato sedicenni che invece già abitavano i loro trent’anni.
Ho dormito con una brunetta che a cinquanta finalmente si sentirà felice.
Per non parlar di quelle che avevano l’infanzia irrisolta dentro: buffe, belle, ma bizzose.
Per quella che è la mia esperienza del mondo umano, a ciascuno compete una propria età e se la tiene stretta: per coincidenza questa età interiore sarà uguale a quella esteriore entro una parentesi di anni. Chiamiamola parentesi di riconciliazione. Se sei trentenne dentro, sarai chi sei davvero dai 29 ai 39, diciamo, e sarai in stato di grazia. Per il resto degli anni si spera di svangarla, ma non saranno mai così tanto perfetti come quell’era dorata, quella giusta, nella quale metabolismo, anagrafe, intento e rompicoglioni d’intorno convergono.

Com’è la vita di un quarantenne, mi si chiederà. E’ piuttosto dolce. Anche perché non sono stato prima e mai un trentenne. I trenta anni ti inchiodano a quelle cose che dicevo: carriera, matrimoni da zelota, piccoli nazisti. Faccende terribili. Avendoli saltati a piè pari mi sono protetto da pastoie non mie. Sarei finito come il personaggio pirandelliano, che ha bisogno di un forte fischio del treno per rendersi conto di essere un pirla da troppo tempo.
La vita di un quarantenne consente di guardare alla pari le belle quarantenni ed essere considerato un signore affascinante dalle belle ventenni.
Hai tutto il vocabolario che ti serve per dire a dei rimbambiti che sono dei rimbambiti senza concessione di contraddittorio. Anzi, è tuo dovere farlo.
Non indulgi in grandi vizi (quelli tornano verso i sessanta), se vuoi puoi comprarti una cravatta, fare colazione da solo al tavolo, camminare per i viali osservando vetrine interessanti e perfino decidere, se lo vuoi, di portare con te un ombrello scuro.
Puoi dire alla gente di essere esperto in qualcosa, ma per la maggiore con il popolo hai rapporti formali, di benevola circostanza: presto ancora per dire “ho vissuto la vita”, puoi comunque dire a ragion veduta “sto vivendo la vita”.
Puoi farti crescere la barba senza sembrare un finocchio da rivista come va oggi. Sempre che ti importi.
Puoi dire che le auto d’epoca inglesi sono belle senza che un terrone juventino faccia brum brum con la bocca mentre ti guida addosso la sua Citroen al neon, inventandosi di essere Vin Diesel.
Hai tutto il diritto di incazzarti coi maleducati e di protestare, ma non nel modo dei vecchi: in ultima soluzione, ti ascoltano.
Come ho detto, è una vita dolce. Signorile. Basta evitare di impelagarsi con i movimenti politici di Beppe Grillo.

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Una Jaguar XK. E’ sexy, veloce ed elegante. Un hipster ventenne non se la può permettere: comprerà invece macchine di merda francesi.

Quando traduciamo la nostra vita in parole (talvolta lo faccio, a breve diverrà pubblico) restiamo dentro un cerchio e guardiamo all’esterno, c’è sempre una relazione anche se parliamo di interiorità. Serve un mondo col quale interagire.

Non so esattamente perché esista tutto quanto esista e nemmeno perché si dia la briga di continuare ad esserci. Se dovessi fare uno schema grafico di cosa esattamente rappresento nel tutto, sono un soffio di realtà concretizzata nella linea retta infinita composta dal prima di me e dal dopo di me.
In questa parte della linea ci sono i miei gloriosi quaranta anni. Finalmente l’Universo si è messo in pari. Perché fosse in ritardo non so dirvelo.

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4 pensieri riguardo “Hai una sola età per tutta la vita

  1. Mi sembra di aver ficcato il naso in una pagina di diario privato o è una di quelle cose che non riesco a fare tipo storytelling della propria vita? A volte penso di essere rimasto a 13 anni – che età cretina – ma è più che uno stato fisiologico, è un problema.

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    1. Si chiama: non avere più vergogna di essere la cosa che si è. A quel punto si diventa espliciti, in quel modo col quale lo sono i nonni che raccontano.

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