Cosa ho imparato da Aldo Busi (VM16)

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Il testo che segue è denso di concetti che potrebbero scandalizzarvi. Non me ne frega nulla, quindi evitate di leggere se poi dovete passare il tempo a rotolarvi nelle coperte stringendo i denti e rammaricandovi che ho il potere di fare cosa preferisco e voi no.

Lo dico a vostro beneficio: non leggete. Non voglio trovarmi con dei complessati paranoidi quando esco fuori dalla porta di casa. La conoscete la storia di Pandora, no? Ecco, qui nemmeno c’è Elpis alla fine che rabbercia il danno. Se vi prude, non aprite questo vaso.

Agli altri e alle altre soprattutto un bacio con la lingua.

Conobbi Busi, come molti ignoranti della mia risma, quale lo scrittore finocchio che sta nei talk show. Era sul finire degli anni ’90. Lo vedevo berciante un attimo, chiocciante quello dopo, mi pare di averlo visto ballare.

Quando mi sono approcciato ad Aldo Busi scrittore (tardi e male, e per grazia ricevuta) ho avuto una sorta di illuminazione. Ecco, mi sono detto, così funziona!

E’ cominciato un rapporto di amore odio e se vedessi Busi passarmi davanti per strada lo implorerei di prendere un caffè assieme, poi quasi sicuramente finirebbe a parolacce. Le checche isteriche mi danno sui nervi. Però questa checca isterica mi ha insegnato molto di più di quanto abbia fatto chiunque.

Nel suo breve saggio “Nudo di Madre – Manuale del Perfetto Scrittore” non si spertica in consigli su come si scrive, ma si mette a nudo, appunto, su ciò che pensa, sente e vive nella carriera di autore.

Va decifrato. In prima istanza pare essere un testo autocelebrativo, frammentario. Trovato il filo rosso, il testo diventa epocale. E’ denso, fitto di insegnamenti mostrati nei loro effetti, meno che mai nel loro uso pratico, che consegue. Busi non ti dice mai “fai questo”, dice “sii questo”.

Ecco cosa ho imparato o verificato.

Non può esistere approccio umile

Non può esistere un approccio umile perché devi asserire. A costo di venir preso a sassate o visitare le patrie galere.  L’umiltà di tipo prono, il timore della massa e  del dissenso creano scritture umili, mediocri. Alla meglio asservite e quindi a beneficio di altri, che equivarrebbe a vendere i propri figli al miglior offerente (o applicare eugenetica e partorirli già benvoluti, risparmiando dal processo ruvido della crescita). Lo Scrittore si fa la mulattiera, arriva in cima al picco, osserva e dice quel che vede. E’ il suo lavoro. Non vende castagne agli hipster del centro città, favorendoli con un sorriso nella speranza di racimolare spiccioli. Quello lo fanno i blogger e determinate prostitute intellettuali.

Probabilmente Busi uomo sarebbe di una dolcezza disarmante (se non mi fa la checca isterica) fino al punto di sedurmi. Però il Busi Scrittore apre finestre col martello senza condono edilizio.

Bloggare non significa scrivere

Busi aggredisce il meccanismo del web, a suo dire limitato proprio perché si basa sull’accondiscendenza. Non si può scrivere “siete una massa di idioti” pur avendo prove empiriche e sentori al riguardo, perché l’individuo si approccia al web nel tentativo peraltro fallace di sentirsi adeguato e benvoluto. La meccanica è questa, imprescindibile, quindi da una parte c’è la Scrittura, dalla parte opposta l’efficace boudoir del web, dove siamo tutti un po’ clienti e po’ mignotte. Nel peggiore dei casi degli accaniti onanisti. La televisione ci ha illustrato i peccati passionali della buona società, il web ci rende finalmente partecipi della grande ammucchiata. Chi capisce il meccanismo può anche navigarci con eleganza, evitando di offrire più anima di quanta ne sia richiesta (in pratica, è meglio fingerli questi orgasmi www).

Si può bloggare, lo sto facendo, ma consapevoli che se il mestiere è scrivere, al blog ci si dedica una pernacchia di rientro. E’ una matematica facile: se metti nero su bianco 10.000 parole del tuo blog, e 1000 per un testo narrativo, sei un blogger col vezzo della prosa, e non il contrario, quindi sulla letteratura è bene che taci. Se non altro per rispetto dei miei polpastrelli e della schiena di Busi.

Scrivere è un affare che ti nobilita, ma al contempo ti toglie tutto il resto

Penosa realtà che pochi accettano, ma è comprensibile il diniego perché per la maggior parte di noi scrivere è un accessorio o complemento hobbistico, come fare origami o giocare a calcetto coi colleghi panciuti (e se la prendi sul serio dedicandoci questa qualità di impegno o sei schizoide o tua madre ti ha troppo coccolato).

Non esiste a quanto pare una scrittura di mezzo. Per tutto il testo Busi parla di triplice salto carpiato senza rete, e conclude con:

Ogni volta che vi si presenti l’occasione di essere tentati più dalla vita che dallo scriverne, siate suicidali: il resto viene da sé.

Non mi sento in vena di dire a tutti: fatelo, ma a chi lo fa dico: bravo. Poi mangerà le bucce dei pinoli per sostentamento, ma almeno ho un compadre.

Lo Scrittore non è la persona

Questo mi tocca personalmente ogni giorno e lo fece in tappe importanti della vita. Ne sono pienamente consapevole. Accade spesso e volentieri che io sia identificato con ciò che scrivo, quindi mi ritrovo con torme di sfigati che chiedono il segreto della mia assertività, e ragazze oltre la mia portata che si innamorano in modo invincibile, fino a che, vis à vis, si rendono conto che l’equazione “bella parola” non ha sull’altro lato “fisico eccelso e lungo bastone”. Anzi, ci restano male e tentano di coniugare il mio aspetto alla bella parola di cui sono capace, consigliandomi cure terapeutiche per diventare Jhonny Depp. Così hanno l’oro, l’alloro e una cavalcata della valchiria.

Da una parte c’è l’osservatore, lo Scrittore, che non esiste in senso proprio, è un meccanismo psicologico, una conseguenza, direi un cacciavite. Dall’altra c’è l’essere umano. Per dirla tutta, se a voi mai succedesse di beccare King turista in Piazza Repubblica in Firenze e ragazzino emozionato tentaste di parlarci, con un inglese ridicolo e i testicoli contratti dal terrore, scoprireste che King è UN DEFICIENTE. Di quelli a cui puoi vendere la Fontana di Trevi.

Busi asserisce che il fatto di andare in TV a sculettare se lo è potuto concedere proprio per la ragione che Scrittore (quindi fautore dell’opera) e Uomo sono due cose distinte. Uno crea e l’altro sculetta. Uno sa, l’altro non sa ancora nulla. L’uomo potrebbe anche essere umile in determinati frangenti, essendo extrareferente, lo Scrittore mai, è un soggetto fuoco che brucia della sua fiamma. O ti rischiara o ti brucia, comunque è impersonale.

Pertanto, il sogno bislacco di diventare amatissimi in quanto scrittori pubblicati andrebbe cassato sul nascere: ameranno l’opera e un personaggio immaginario che non ti equivale mai. Parleranno di lui e con lui, non con te, che è bene ti trovi scampoli di affetto come faccio io con la mia amica Leila, alla quale di cosa scrivo non frega nulla. A volte nemmeno di me, ma è un patto tacito: compenso io col fregarmene il doppio per entrambi.

L’editoria è un orrore, molto peggio di quanto si creda

Cito testualmente, a beneficio di chi ancora sogna la pubblicazione come gratifica morale.

“Non dobbiamo mai dimenticare che non esistono più case editrici ma, se sono degne di questo nome e fuori dalla piccola editoria che ritorce verso lo Stato i suoi debiti e le sue velleità, solo delle aziende editoriali, e che non si dà azienda florida senza floridi legami o intrallazzi politici, cioè politici per sé e dannosi per il resto del Paese. L’impero Mondadori mica nasce su D’Annunzio! nasce sulla scolastica di regime e, per inciso, del regime fascista.

Non c’è editore in Italia, dicevo, che non produca automobili, computer, telefonini, televisione o chiese per il Giubileo – non c’è editore che non abbia nella sua storia almeno un falso in bilancio nel ramo ferramenta, motori, motorini, cementi, produzioni televisive. Cioè mazzette, tangenti, malaffare. Sovvenzioni. Editoria impura (al massimo grado tutta quella dei quotidiani). Corporativismo. Ordine dei Giornalisti. Opus Dei. Mafia.”

L’ultima parola dovrebbe mettervi la pulce nell’orecchio sul perché, se prendiamo una birra assieme, tesserei lodi su Fabio Volo e scaglierei merda su Saviano. Il primo è un simpatico idiota con la fortuna di piacere alle mamme sessualmente frustrate, con niente da dire, ma lo sa e gioca al toy boy. Non c’è inganno ed ammette: sono un cretino divertente. Il secondo è un pusillanime, e lo abbiamo visto con ZeroZeroZero. Un pusillanime pericoloso, per giunta, in quanto vibratore col manico: ora quello ora l’altro lo possono impugnare per trafiggere le terga dell’avversario. Ma Saviano è quello che “ci ha salvati dalla Mafia” (come se Akira Toriyama ci avesse salvato da Majin Bu, insomma).

E non parlo nemmeno di personaggi satellitari che giudico ambigui, come agenti e scout. Uno di questi Giulio Mozzi al quale ho attribuito in altra sede (inopportuna forse) il vizio esagerato del bere, concedendogli il dubbio che non fosse colpa sua la stronzata che gli esce di bocca ogni tanto, ma appunto uno stato alterato.  Perché è pur vero che se un editore non ha linea editoriale, e se non la ha a livello pratico non c’e l’ha comunque come linea intellettuale, il rifiuto dell’opera non dipenderà dalla qualità del testo, e proprio per questa ragione. Il testo non viene pubblicato perché non consente all’editore di giustificare poi la mafia in cui è coinvolto. Pertanto Lagioia vince lo Strega, e datemi voi una motivazione che non sia questa, considerati gli altri testi in ballo.

Che poi anche da un punto di vista morale la faccenda scricchiola. Pare tanto una cerchia di debuttanti al ballo che la concedono allo sfigato ingegnoso il quale, dopo una ripassata, propone la sua favorita al commenda. “Giulio, è porca la ragazza?” “Eccome”. E si prende il suo biglietto da mille euro per l’imbeccata. Comunque il fenomeno è talmente piccolo rispetto ad altre tragedie che è parodistico temere reazioni. Al più Mozzi, abituato agli sputi (appunto, è un mondo schifoso più di quanto l’occhiale rosa del web traduca), mi negherà le porte di Bompiani. Porte che non avrei comunque attraversato.

Esiste una società degli uomini, ed esiste la società umana

Nel mio microscopico e sgrammaticato universo narrativo, la gente è buona. La voglio vedere buona. Però lo devo asserire, lo devo mettere in luce. Perché si tratta di un dato non molto evidente. Prendiamo la famiglia. I Sacri Valori della Famiglia. A noi narratori tocca sempre congegnare personaggi orfani, perché non appena ci mettiamo la famiglia sai già dove sta il peggior nemico. Remi, Harry Potter, Bilbo, Achab, perfino Anna di Ammaniti devono togliersi dalle palle i genitori perché è peggio un padre che Voldemort. Quando ci metti la famiglia diventa un disastro o al più una fetenzìa, vedi appunto Missiroli. E’ un po’ come l’amore: funziona tanto quando non c’è la persona a smentirlo con le sue problematiche.

Lo Scrittore pianta semi di cinismo. Disillude. O illude a contrasto del reale. Se sei cinico abbastanza allora godi di quel poco che la natura ha da offrire e degli sporadici atti umani in cui ti trovi coinvolto. Li puoi vedere nella loro grandiosità perché non erano affatto scontati. Jean ValJean piace da morire perché fa una cosa che non ci si aspetta: il buono.

Qualunque opera letteraria un minimo degna coinvolge lo Scrittore in una visione cinica della società degli uomini, per andare quindi a cercare la società umana. Se la trova lo dice, se non la trova lo dice. Per questo “La Ferocia” è un libro orrido a mio inoppugnabile giudizio. Non per le metafore inverse che possono rappresentare benissimo il punto di vista di un personaggio che parte dal fondo per tornare indietro, o che usa doppie negazioni per asserire un fatto, come un pescatore in tecnica casting; in fondo è pazzo. Ma per la banalità dell’osservazione complessiva, ovvero che esistono “male” e “bene”, e non la convenienza delle circostanze. La “povera ragazza morta” era una zoccola tout court, ma non perché il padre era anaffettivo: è che alle ragazze piace il pene, e se ne hanno bisogno tentano di procurarselo. Se sono ricche poi, figuriamoci. Cinico a dirsi, ma innegabilmente vero. Qualcuno forse ricorderà quel genitore che offriva in pasto la figlia al Papi Berlusconi, sperando così che cadessero briciole per lui. E’ diabolico, infernale, nemmeno Satana venderebbe i suoi figli. Ma molto, molto pratico da un certo punto di vista.

Ecco, questo è il mondo. Il Conte Ugolino che pranza coi suoi bambini. O le sedicenni che la danno in cambio di ricariche del telefono.

Se si ha chiaro questo, e si è consapevoli di questo a livello epidermico, allora si può partire alla caccia di smentita o conferma.

Busi sgretola tutto e quindi, in quell’ammasso di macerie, trova diamanti dove prima c’era la forma illusoria della società degli uomini, che non è umana affatto.

Cita a tal fine un episodio della sua vita. Il battello affonda e sono presenti sua sorella (donna eccelsa, caritatevole, religiosa e ben pagata) e suo fratello (il peggio del peggio in senso sociale). Accade che la sorella lascia figlia minore, marito e famiglia e si getta verso la terra dimentica di essere immortalata come la Vergine Santissima. Il fratello criminale salva i presenti, aiuta perfino Aldo che lo aveva in odio letale, e infine solo sulla nave continua a urlare se c’è qualcuno che ha bisogno di soccorso. Lo cavano fuori per ultimo.

Il compito dello Scrittore sta nel registrare queste idiosincrasie. E cioè che esiste nella specie umana una contraddizione di fondo, molteplice e istanziata. Posso voler bene a mio nonno, ma mio nonno era anche satiriaco e un po’ sudicio. E’ un ruolo sgradevolissimo, almeno agli albori, quello di cercare il marcio sostrato, ci rende odiatissimi dalla gente sul web. Ma è pur vero che se non mi fossi reso conto dei limiti di mio nonno, non mi sarei reso conto della grandezza di certe altre questioni. E questo è il pagamento che ho indietro dall’attività: il mondo per me è più bello di quanto voi cerchiate di raccontarvelo. Sporadicamente, ma miracolosamente.

La verità che tanto vi piace per bocca di Hemingway è proprio questa. Non è stabilire chi sia mafioso o meno, ma asserire che accidenti, l’essere umano arriva a fare il mafioso e ugualmente amare la moglie. Non cronaca, ma storia.

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2 pensieri riguardo “Cosa ho imparato da Aldo Busi (VM16)

  1. Caspita… mi ricordi Eminem… non so quale intellettuale anche famoso gli ha riconosciuto un vis retorica non da poco… premetto che non sono una scrittrice, anzi sarò sincera e ti dirò che sto bazzicando i blog per scrittori esordienti perchè mi era venuta una mezza idea di metter mano seriamente ai miei scritti, ma mi sta passando sempre più! Però in questo periodo ho tempo da perdere, scrivere mi piace, scambiare idee pure, la polemica mi attira, così approfitto di questi spazi per fare esercizio di accostamento parole. Di Aldo Busi ho letto qualcosa vent’anni fa ma forse non ero in grado io, se mi resta ancora più tempo libero forse passo in biblioteca… Ci sono due temi che vorrei commentare, di quel che hai scritto, anzi in realtà uno e mezzo… Il tema della società degli uomini e quella della società umana, per iniziare… non capisco perchè ci si debba incazzare così… cioè, oltre una certa età tutti abbiamo avuto la nostra dosa di botte sui denti, di disillusioni, di traumi… allora se leggo un libro, vorrei trovarci qualcosa di verosimile, altrimenti mi rivolgo alla tv… non sono una molto da letteratura leggera, non mi viene neanche il dubbio che si possa scrivere di qualcos’altro… la cosa che mi lascia spazio di indagine, invece, è l’atteggiamento “saggio” che riescono ad avere certe persone, e che è sicuramente merito dell’età, rispetto alla doppia natura tenera e crudele della vita e della società… cioè, capisco che ci si possa incazzare così, ma spero di poter andare oltre!! Per esempio non credo che la famiglia vada del tutto bandita dalla letteratura, e neanche che se ne scrivi debba rassegnarti alla fetenzìa… i Buddenbrook, per esempio, è la storia di una famiglia, ma è arte! Anche Neve sottile… Anche Piccole Donne!! 😀 😀 Anche i tuoi racconti sul tema famiglia sono da prendere in considerazione!
    L’editoria e che lo scrittore non è una persona sono problemi tuoi, io non sono una scrittrice, ma secondo me non ci dovresti perdere tanto tempo, a meno che non ti servano come trampolini di lancio per scrivere post impetuosi come questo… se uno c’ ha la vis retorica ce l’ha… (c’ha è sgrammaticato, te che pubblichi?)
    Scusa se mi prendo confidenza, ma anch’io ho il mio stile e me la devo far passare!
    Complimenti per le antologie, anche se non arrivano alla fama non è colpa loro…

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    1. Mi mancava un commento lungo così, lo leggo e rifletto. Io Busi l’ho “ricevuto in dono” e ancora ringrazio. Il fatto è che se metti almeno tre persone assieme, diventa una società. La società, come direbbe Pirandello con parole migliori delle mie, impone dei ruoli. E chi è abile socialmente si prende un bel ruolo. Ma uno scrittore dovrebbe imparare a vedere oltre i ruoli per capire le persone, che prese singolarmente, nella loro intimità, sono assai diverse.(C’ha non è sgrammaticato, è deliziosamente colloquiale). Grazie per le antologie, ve ne saranno altre.

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