Dove trovi la motivazione per scrivere?

Quanto devi motivarti per scrivere? In che modo lo fai?
Sei del tipo ritualista, aggredisci la pagina, o magari pensi alla storia della Rowling con figli a carico in un bar?
Hai fatto un giuramento?

Magari molte volte hai dovuto sforzarti e avere incentivi per scrivere. Una guida per trovare la motivazione ti farebbe comodo.

Leggi quello che segue.

Dati interessanti sulla motivazione

Se ti interessa saperlo,  il 17% della popolazione italiana scrive narrativa, anche se non lo ammette sempre. Stiamo parlando di qualcosa come 10.000.000 di esseri umani. In questo stesso momento hai 10 milioni di  avversari!
Anche loro sono ritualisti, ascoltano Eye of the Tiger per darsi la carica, fanno giuramenti. Quanto e più di te. Tutti quanti hanno una fortissima motivazione per mettersi a scrivere.

Vogliono essere letti, si credono intelligenti, dotati di talento, amano la letteratura, si immaginano in un gazebo sul mare a campare di rendita o sperano la biondina difficile si accorga di loro.

Il 95% di questi non ce la fa: non scrive nulla di serio, smette a metà, fa una fan fiction o scriverà per concorsi e blog. Il 95%. Nemmeno Darth Vader è più micidiale della pigrizia. Occhi della tigre, come no…
Del 5% che resta, cioè 50.000 wannabe romanzieri che completano davvero un volume, sputando sangue e lacrime, circa 5000 vanno diretti in self publishing. Gli altri 45.000 spediscono a case editrici o non se ne sa più nulla.

scolapasta

La cifra più interessante però è che dei 50.000 che hanno completato un romanzo nel 2015 e intrapreso una qualche via editoriale (fallimentare o meno che sia), solo 2000 scriveranno altro nel 2016. Gli altri 48.000 nonostante occhi della tigre, cammini di Santiago, giuramenti sacri e patti di sangue si sono già stressati e cambiano hobby. Dalla scrittura al piloga o al Lego Techinc.
Tutta quella motivazione a cosa serviva?
Quei 2000 che perseverano rientrano nei 10 milioni del 2016, e non è detto che escano indenni da questo nuovo scolapasta della motivazione.

La media per autore è infatti di due romanzi.

Poi, se non vedono un euro, passano a scrivere manuali di scrittura come due ubriaconi molesti che introdurrò nel discorso che segue, o smettono completamente e si appassionano al piloga o al Movimento 5 Stelle.

Il grande inganno della forza di volontà

A Flannery O’Connor chiesero se le università in qualche modo soffocassero gli scrittori emergenti. Lui rispondeva che le università al limite non ne soffocavano abbastanza.

Siamo al punto nel quale il tasso di alfabetizzazione è talmente alto che chiunque, appellandosi alla forza di volontà, può immaginarsi romanziere di grido.

Nessuno spiega a questi ragazzi (o a quelle signorotte annoiate) che scrivere non è una questione di quanto fortemente lo vuoi. Ma di quanto sei adeguato alla cosa, e non c’è nulla di male ad essere adeguati a creare un impero miliardario invece che fare lo scrittore. Direi invece: meglio così. La cultura, la morale, la nobilitazione dell’uomo non c’entrano un piffero con la scrittura. Non sarai migliore se scrivi e quasi nessuno ti amerà o impedirà di suicidarti come fecero London, Howard, Pavese e compagnia bella. Scrivere non ti renderà migliore.

La mia motivazione: luce alla finestra

Nel mio caso, la motivazione per continuare con una pratica ostile, antipatica e antisociale sta tutta nei raggi diffratti della finestra. Qualcosa di quei raggi mi esalta. Quando scrivo posso godere del fenomeno senza che una valanga scoordinata di organismi umani reclami il mio denaro, la mia accondiscendenza o il mio corredo genetico.

Scrivere non mi piace, lo trovo faticoso e un po’ banale. Lo affronto anche con lo spirito di un lavoro, quindi ho estirpato tutti i sottofondi lirici della cosa. Nessuno al mondo ama scrivere qualcosa su degli imbecilli immaginari e poi spendere altre ore preziose nel correggere la stessa prosa quattro volte.

Però scrivere mi consente questi lunghi momenti privati in cui sono un eroe, avverto la pace della solitudine e la natura si impegna a più riprese nel regalarmi gioie. Ho scritto sulle panchine col sole dell’estate conoscendo una ragazza cinese strepitosa, ho scritto sotto la pioggia con dei veneti avvinazzati, sui treni con strani anziani olandesi tutti rossi, ho scritto in una roulotte francese mentre i topi raschiavano il pavimento. Tutto sommato, quando scrivo, l’Universo mi fa partecipe della vita. Quando non sono sulla pagina, gli esseri umani e la loro società si mettono d’impegno ad annullarmi.

Se non scrivo, mi prendo il tempo di osservare, su altre panchine, da altri finestrini, in altre città. Là si maturano le idee e le impressioni che poi sono la pasta morbida che diventa storia. A volte gustosa a volte no dipende se bene cotta. Ma ce n’è così tanta che non mi preoccupo. Come diceva mio nonno in un dialetto che non esiste: se v’è gapiaso, battete le man. Se non v’è gapiaso, le batterete doman.

Ecco, avete premuto play sullo stupido video precedente? Il mio scrivere invece è così.

Scrivere è la mia compagna di viaggio verso i confini del mondo. Non le chiedo di seguirmi: è lei a portarmici.

L’artigiano non può fare altro se non il suo lavoro

Forse avrai visto un artigiano al lavoro. Osservare un intagliatore all’opera ti farebbe bene. Esistono solo lui e la materia che incide. Probabilmente noterai la sua felicità. Se stacca dal suo legno potrà parlarti di tasse, reddito, la figlia preoccupante, ma fino a che lavora il legno, lo vedi soddisfatto. Potresti pensare sia zen, o meditazione, quella.

La realtà dei fatti è decisamente più banale.

E’ che non sa fare altro.

Magari neppure ama il legno, se gliene parli ti dirà quanta fatica gli costa e quanto poco rende (quanto vorrebbe campare di altro!). Se però tu lo portassi a vivere alle Comore in una villa signorile, baby pensionato, la prima cosa che farebbe sarebbe quella di impugnare un bulino, e vagare in cerca di legno da incidere. Per sentirsi ancora così tanto felice. E bada bene: mai detto che sia un grande artigiano!

Gli acculturati e le loro motivazioni

Qualche tempo fa lessi la guida alla romanzatura di un certo ignoto autore. Il quale era solito chiedere agli allievi di fantomatici corsi se avessero mai scritto pur sapendo di essere le ultime persone sulla faccia della Terra.
Gli allievi, entusiasti, confermavano che avrebbero scritto a prescindere dalla presenza di lettori nel mondo.
Il relatore li motteggiava (ragazzi ingenui), affermando che non avrebbero scritto una sola parola dato che non ci sarebbe stato alcun motivo di farlo. In quanto si scrive “per sedurre il prossimo”.

Considerata anche la qualità del resto del manuale non mi vergogno di dire che costui era un ubriacone idiota.

La possibilità di scrivere è il premio stesso della sua pratica. Nel momento in cui ti è concesso di farlo, ottieni la tua gratifica. I lettori se ne possono andare al diavolo, dato che, per parodistico che sembra, io leggo King ma King non saprà mai che io esisto e di certo non gli sono venuto in testa mentre scriveva.

Quindi King non scrive per me, per me Gaspare Burgio insomma. Se no gli impedirei di scrivere cazzate come The Cell.

Si scrive per aggradare i lettori? Non proprio

Si scrive con una meccanica che preveda il lettore eventuale, così da adeguare il lessico e le forme espressive a un dato linguaggio che non può essere solo illustrativo, ma deve essere immaginifico. Posso dire che fra Firenze e Viareggio il tempo di percorrenza in treno è di un’ora e 35 minuti, e si tratta di un dato. Ma la narrativa mi impone di dire che, dal finestrino, vedo correre pianure imperlinate di smeraldo che non mi appartengono.

whywrite

Questo “scrivere per gli altri”, come suggeriva l’ubriacone di cui sopra, non significa che adeguo la mia esperienza di vita e le mie impressioni, in ultimo la mia sensibilità, o lo stesso genere letterario, a quel che un altro essere umano mi dice o pretende. Probabilmente i miei lettori mi starebbero sul gozzo, saranno persone sgradevoli con le quali non vorrei mai avere nulla a che spartire. Però cerco di nobilitare il prodotto scritto affinché quelle parole siano, in esse stesse, capaci di generare e custodire da sole un pregio narrativo. Scrivo per un cervello idealizzato, non per un cervello esistente, con nome cognome e indirizzo domiciliare.

Farlo perché si, perché non c’è altro

La motivazione, per scrivere, non serve affatto, perché se ti devi motivare non vuoi scrivere, ma solo sentirti bravo nel farlo.

A costo di sembrare ostile, asserisco che chi si fa il cruccio di essere pubblicato o meno ha un forte complesso di inferiorità intellettuale che non gli consentirà mai di vergare nulla di pregevole perché, di fatto, dimostra di essere inadeguato alla faccenda.

Pubblicare è l’opportunità che tu dai a un commerciante (l’editore) di poter lucrare su una cosa che hai creato tu. Non l’opposto. Tu invii il manoscritto, se lo mandi, chiedendo all’editore se vuole farci soldi, non se lui ne farà fare a te.

“Buongiorno, ecco un prodotto. Desidera farci soldi?” Si, no, grazie arrivederci.

Il fatto che pochi notano è che un contratto editoriale è vincolante nei due sensi, cioè anche l’editore pone una siglatura di impegno umile nei tuoi confronti – questo tappa la fogna di altri ubriaconi come Giulio Mozzi e seguaci, che parlano di selezione editoriale come sigla di qualità dell’opera. Dimentichi che perfino Pirandello veniva rifiutato, e Camilleri lo fu per 30 anni dalle major perché “in siciliano è troppo di nicchia”. Asimov passò 13 editori per la sua Fondazione, i primi 12 non solo non si sono pentiti, ma hanno confermato: non era opera per noi.

La motivazione non può essere quella della pubblicazione, perché la pubblicazione è una motivazione che riguarda gli editori e la loro visione del mercato.

Ci sono degli psicopatici che addirittura consigliano di studiare le linee editoriali e da quelle scrivere un romanzo. Naturalmente tutta queste gente che parla non ha mai scritto NEPPURE UNA RIGA, quindi non so su quali dati si basino.
La motivazione non viene da questo e se per voi viene da questo preparatevi ad abbandonare. Siete già sulla strada del fallimento.

Io non mi motivo affatto. E sono, in questa comunità di autori blogger, quello che di sicuro scrive più di chiunque altro. Intendo in senso narrativo, per carità.
Forse perché ormai scrivere fa talmente parte di me, a livello metabolico (si vede perfino nella fibra muscolare) che non devo spingermi a farlo, o farlo bene, o farlo meglio. Devo solo farlo, perché se non lo facessi non avrei senso di esistere.

Scrivo tanto, e in certi casi bene, senza dovere nulla a nessuno. Almeno nessuno di cui sia consapevole.

Non tutti amano gli scrittori

Quello del letterato non è un ambito sempre gratificante: nato da analfabeti che si sono fatti succhiare la linfa da chiunque conoscesse la matematica elementare, la cultura in casa mia non era virtù, era materia del diavolo. Ogni euro del pigro, furbo, malizioso scrittore è rubato ai manovali che mandano avanti la tradizione.
Il letterato ruba il denaro, perché scrivere non è un lavoro, è intrattenimento e il manovale non si intrattiene, il suo hobby è pestare la moglie e la consorte ha troppi sughi di coniglio da cuocere. Per lei ci sono i rotocalchi e i sogni di un abito finalmente a misura. Al più, un palestrato unto che mostra pettorali da una copertina dipinta.

La scrittura non ha bisogno di motivazione, se pure io che ho avuto tutti gli imprinting che fosse qualcosa di negativo ho perseguito la carriera. Seppure ho avuto mille volte verdetti contrari. La scrittura la fai se, quando la fai, trovi la stessa pace che trova il lettore nel leggere.
Non è un impegno morale, non c’è morale nel voler stare bene. E se non stai bene nell’atto della scrittura, se ti richiede forzature, stai cercando di dimostrare sicuramente altro.

Idealizzare il successo ti frega

Vedi, tu che leggi, insiste nella mente di chi idealizza che la pubblicazione sarà un momento illuminante, di totale cambiamento. Ti posso assicurare (arrivo a giurarlo) che il momento illuminante avviene invece in un altro tipo di situazione.

Prova a immaginare di aver perso la tua controparte, compagno o compagna che sia, e che il conto sia in rosso. Immagina che sia troppo tardi per diventare il dinosauro ricco e bellissimo che sognavi di diventare e che non abiterai mai in una bella città portoghese. Immagina che il conto dei giorni che ti restano sia molto inferiore a quelli che hai sprecato in bischerate. Puoi arrivare ad immaginare che la lavatrice sia rotta e che il grande amore della tua vita ti mandi un messaggio comunicando che è incinta di un bastardo.
Poi ti metti a scrivere, passano i raggi filtrati dalla finestra, e ti accorgi di essere comunque sereno.
Quello è il tuo momento illuminante. Cerca quello.

…E se la vita rema contro lo stesso?

So che arriverà un momento buio. Arriva per chiunque. Quando senti che il tuo lavoro non merita e nessuna idea sembra quella vincente. Beh, io so di cosa si tratta.

E’ che, inconsciamente o meno, vuoi scrivere di te stesso affinché qualcuno, leggendo, dia valore alla persona che sei.

Questo tipo di scrittura egotica non ti porta da nessuna parte, e se gradisci un consiglio, se senti questo tipo di angoscia da irrisolutezza, scrivi di te stesso in un diario privato. Dopo qualche pagina fermati e inizia a immaginare. Immagina il ritorno di un samurai a casa, o una bambina che pende da un albero, o tre vampiri che si incontrano o magari un viaggio nel tempo. Immagina il recupero di una ragazza dalla tossicodipendenza, immagina un uomo violento, immagina un poliziotto durante l’11 settembre. Immagina qualcosa di diverso da te stesso. Ora pensa: come posso descriverlo? In che modo mi colpisce? Aggrega altre figure. Immagina scene pregnanti, dense di dinamismo e di emozione. Chiediti quali dettagli di queste scene ti sembrano interessanti e come farli spiccare in poche parole. Non scrivere. Immagina mondi.

Non potrai mai scrivere davvero di te stesso, così come un cuoco non può cucinare il proprio corpo senza prima perdere integrità. E’ un paradosso. Altri potranno scrivere di te. Tu scrivi di altri. Puoi osservarli alla distanza, capire le loro motivazioni, discernere gli atti senza coinvolgimento. Che siano veri o immaginati.
Se sei davvero uno scrittore, questo tipo di creazione ti dona tutta la serenità che ti serve a procedere, e quel nodo alla coscienza se ne va. Se ritornasse mai… apri il diario, esci con l’amica del cuore, ascolta del rock and roll e torna a immaginare mondi lontani.

Non esiste una volontà debole

Come ha detto Vonnegut: quando sei felice, facci caso. Sei felice quando scrivi? Allora è il tuo universo. Devi sforzarti, faticare, motivarti? Potresti essere destinato ad altro. Non è mai esistita una volontà debole che debba essere motivata. Esistono solo volontà prigioniere. Il più delle volte prigioniere di ambizioni fraintese.

pablo

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