Il segreto che ti cambia da esordiente in romanziere

Quello che sto per scrivere non è molto facile a capirsi, userò tanti schemi ed esempi, ma è di sicuro il segreto che devi sapere.
Voglio che tu lo capisca al meglio.
E’ il mio regalo per il 2015 e l’inizio del 2016 a tutti gli esordienti.

Ti sei mai chiesto perché Hugo o Hemingway erano tali e tu no?
Sapevano questo segreto. Magari non in questi termini esatti, ma la narrativa sta tutta in questa cosa.

Nell’articolo sul cervello destro, ho spiegato la forma mentale migliore che consente di evitare errori formali. Puoi immaginare quella tecnica come una sorta di “correttore automatico” che ti impedisce di mettere su carta errori stilistici. E’ il modo per creare una prosa corretta.
Ma evitare questi errori non significa fare una narrazione. Infatti puoi essere bravissimo nello scrivere lettere commerciali. Bravo e corretto quanto vuoi nell’esposizione, ma non è narrativa!
Quello che ti spiego adesso è lo step successivo.
Ovvero come si crea la narrazione.

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Questo articolo è complicato e si rivolge a chi ha già una discreta esperienza. Se ancora non sai capire da solo quanto il tuo lessico sia efficace, questo articolo potrebbe confonderti le idee.
E’ rivolto a chi scrive tanto, sa di avere una buona prosa, ma non riesce a creare libri davvero funzionanti, quelli che starebbero bene in una biblioteca di livello.
Se non sei ancora a questo punto della carriera (cioè: so scrivere, ma non scrivo buone storie) ti consiglio di partecipare a un gruppo come “Scrittori in cerca di stile” e confrontarti con altri aspiranti che ancora si esercitano. Ci sono bellissime persone molto cordiali e pronte a dare ottimi consigli!

Se invece hai finito l’accademia… prepara un tè caldo, rilassati e continua a leggere.

Il primo sconvolgente segreto: si scrive pensando ai lettori

La frase: “si scrive per i lettori” viene interpretata talvolta nel modo più erroneo.
Non significa che si scrive PER CHI COMPRA I LIBRI. Molti la appoggiano o la criticano in questo senso. Ma è un errore.
Significa invece che si scrive per una mente lettrice. Avendo come obiettivo, fine e motivazione soddisfare le esigenze di una mente in stato di lettura.
Quello che vogliono i lettori è proprio questo: un testo che riesca a soddisfare l’esigenza dei loro cervelli quando leggono.

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Scrivere “bene” non significa nulla

Ad un certo punto, salvo errori formali che dipendono dal cervello sinistro, il potenziale del lessico si esaurisce. Conoscerai tutte le parole di cui avrai bisogno. Non potrai scrivere “meglio”, perché la lingua è quella che è. Potresti trovare nuove parole più eccentriche, ma useresti solo dei sinonimi per dire la stessa cosa.
Potresti imparare l’uso delle forme inverse e indirette. Ma oltre un tot non si può andare. La lingua ha i suoi costrutti da seguire.

Il vero balzo quantico sta nella meccanica narrativa che impieghi.
Il paragone è questo: per quanto bene tu costruisca una chitarra, resta una chitarra. Alla fin fine ha il suono che deve avere. Quel che cambia è il genere che suoni, cioè l’emozione percepita dai lettori.
Quindi, una volta che hai imparato a suonare quel dannato strumento, cioè come si pizzicano le corde, ti devi impegnare nella meccanica di come si trasmettono emozioni.
Una volta imparato l’alfabeto smettila col cercare di voler scrivere bene, perché non significa nulla. Cerca di capire come si narra bene!
Per tua fortuna te lo spiego proprio due pixel più in basso.

Cominciamo a darci sotto: ti svelo il segreto delle tre storie.

Nella concretezza dei fatti, esistono sempre tre storie.
Una è nella mente dello scrittore, una è sulla carta e una è nella mente del lettore.
Le tre storie sono e DEVONO ESSERE completamente diverse fra loro.

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La prima storia avviene tutta nella fantasia dello scrittore e là deve restare. E’ la sua visione. Lo scrittore crea una storia attraverso un processo mentale di ricollocazione attiva. Crea delle scene combinando degli elementi che conosce. Non deve interpretarle, ne conosce per filo e per segno tutti i significati e i segreti. Sa già benissimo perché sono là.

La seconda storia è l’assieme dei lemmi posti in ordine dallo scrittore (col contributo eventuale del correttore di bozze) e raccolto in pagine o kilobyte digitali. Si tratta dell’oggetto fisico.

La terza storia è nel lettore. Il lettore trasforma le parole lette in ricordi. Usa la MEMORIA, quando legge.
Memorizza le parole che trova scritte assorbendo dei dati. Chi, dove, come, quando.
Non crea nulla, memorizza soltanto.
Ad un certo punto però interpreta queste memorie dando loro un significato globale. Questo è il suo ruolo attivo e la storia che vive in lui. Diversa da come lo scrittore l’ha ideata nei fatti, e diversa da come si svolge effettivamente di paragrafo in paragrafo.

Come funziona la mente del lettore

Se capisci questo processo prendi per le mani le Muse e le metti al tuo servizio. Diventi un grande scrittore se invece LO USI SEMPRE, in ogni parte del tuo libro. Trasformando la prima storia, quella che ti è uscita nella fase di creazione, in questa seconda che è narrazione.
Per farlo devi capire come il lettore usa questa seconda storia per dare vita alla terza, quella che vive soltanto in lui.

Il lettore si approccia al testo e comincia a memorizzare dati.
Questi dati sono parziali, tecnicamente parlando INUTILI. Perché ancora non li si può collocare in uno schema completo. Ok, Pinocchio scappa… ma come andrà a finire la storia? Ogni dato al riguardo è incompleto fino a che non c’è conclusione certa.

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Il lettore deve avere un incentivo per memorizzare questi dati inutili. Senza un incentivo la mente umana non fa niente: di sicuro non memorizza un dato che ancora non gli serve.
Questo incentivo è reso da quanto tu sei abile a creare una incognita interessante. Cioè quanto è intrigante la scena che propone quel dato.
Se la scena è interessante (insolita? Spiazzante? Esotica?), allora il cervello del lettore riserverà una parte della sua memoria per quel dato, anche se sul momento non ne ha la piena soluzione.
Se non fosse interessante, il cervello del lettore si rifiuterà di accettare nella sua memoria un dato ancora parziale. DI FATTO CHIUDE IL LIBRO E NON VORRA’ PIU’ SAPERNE NULLA.
Se operi bene puoi così infarcire il cervello lettore di dati al momento non risolti, fintanto che continui ad offrirglieli su piatti stravaganti.
La metafora è semplice. Il lettore comprerà sulla fiducia tutti i prodotti che gli vendi fino a che glieli impacchetti bene, anche se al momento non li può usare.

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E’ possibile che il cervello del lettore, se le situazioni sono davvero coinvolgenti, cominci a fare da solo ipotesi su cosa significhino certi dati.
In sostanza, se i pacchetti sono ben fatti, si farà tante domande su quale sia il contenuto e a quale uso saranno mai destinati.
Questo lo sprona ancora di più a proseguire, perché il cervello intuisce che dietro tutti questi pacchetti di memoria incompleti c’è un possibile significato più grande.

Al termine di una linea narrativa, tu offrirai la conclusione.
Il lettore a questo punto ha la sua chiave. Da agente passivo diventa attivo. A tutti quei frammenti di memoria insoluti il suo cervello darà un valore e un significato, potendoli leggere secondo una chiave di interpretazione.
Tu questo non puoi farlo e non puoi scriverlo, tocca al lettore farlo, ma puoi suscitarlo.
Se la conclusione è brutta, allora il lettore non avrà alcuna chiave da usare e questi pacchetti di memoria nel suo cervello saranno buttati via con disprezzo, in quanto inutili o fraintesi.

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OCCHIO: la conclusione non significa guidarlo per mano. Questo lavoro di interpretazione deve farlo da solo, una volta che la storia trova la sua naturale conclusione. Il tuo sforzo è creare cose che suggeriscano la lettura che desideri (si commuoverà? si sentirà esaltato? spiazzato? avrà imparato una lezione?).

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L’esempio più facile di romanzo: il “giallo” o thriller

Se ci fai caso adesso, si scrivono molti thriller proprio perché sono facilmente creabili. Hai un mistero criminale iniziale (un primo dato interessante da memorizzare), indizi incomprensibili al momento (altri dati che gli fai memorizzare dandoli in modo interessante), il lettore fa mille ipotesi su chi sia il criminale, poi lo riveli e lui rimette in gioco tutte le memorie che gli hai creato in testa. “Non me lo aspettavo!”, sobbalza, avendo decifrato queste memorie con la chiave che finalmente gli hai fornito.
Se non avesse queste memorie conservate (cioè l’incipit gli faceva noia e gli indizi erano dati in scene pallose), per quanto ben scritto il tuo libro non gli fa nè caldo nè freddo, perché la chiave fornita alla fine non opera su nulla che abbia conservato.

Vale per tutti i generi!

L’esempio del thriller è il più riconoscibile che si possa fare, ma la meccanica vale per qualunque genere.

Un parroco cammina placido presso un lago. Viene fermato improvvisamente da due criminali. Tensione! Oddio, questi lo fanno secco! E invece no: per ordine di un figuro potente, vietano al parroco di celebrare un matrimonio.
Eh!?!? Il matrimonio di chi, comunque?
Fra Renzo e Lucia.
Il prete, di indole gioconda, è squassato dall’intervento di un boss del crimine nelle sue cose modeste. Ma cosa vorrà mai da quei due disgraziati? E come fa lui a dire ai poveretti che il matrimonio non potrà avere luogo? Ansia ansia ansia.

QUESTA è narrativa, baby. Mentre se non fosse narrativa, si sarebbe messa così.
Il giorno 15 maggio, Don Abbondio cammina e una bambina paffutella gli dice “Don, Don, c’è Rodrigo il contadino che non vuole il matrimonio fra Renzo e Lucia!” Don Abbondio, prete coraggioso, esclama: Non me ne frega nulla! Va in chiesa e sposa i due. The end.
La potevi scrivere bene quanto volevi, ma era un orrore narrativo.

Manzoni invece si è sperticato in ogni parte affinché il cervello lettore accettasse memorie parziali fino alla chiave di lettura finale.
Renzo migra, ma non va alla sagra dell’anguilla di Comacchio, va a Milano durante la peste. Incognita interessante. Il lettore accetta quindi i dati parziali.
Durante la festa dell’anguilla non si sarebbe degnato di accettare alcun dato.
A MENO CHE le anguille non fossero radiattive e alte 18 metri, ma non era quel tipo di romanzo.

La conclusione è che i due si sposano e Don Rodrigo muore malissimo. La mente lettrice rimette in gioco tutti quei dati memorizzati (Don Abbondio ansiogeno, Renzo che si sbatte fra i lebbrosi, Lucia in convento, l’Innominato) e attribuisce a questi un valore. In questo caso è un valore morale: il male del singolo arricchito non può contro la volontà buona degli umili e un po’ di Cattolicesimo karmico. La tensione è risolta e quelle memorie “finiscono bene”.

Tutti i generi e i romanzi ben fatti si basano su questo meccanismo, perché onorano il sistema col quale funziona la memoria della specie umana. Dati incompleti offerti in modo interessante, chiave di lettura finale che il lettore usa per decifrarli da solo.

Il lavoro dello scrittore eccellente

Lo sforzo dell’autore sta tutto nel dare al lettore motivi per immagazzinare dati che al momento non gli è possibile decifrare per intero.
Partendo dalla prima incognita, cioè l’incipit, e in tutte le altre questioni fino al finale.
Lo scrittore deve inventarsi modi e tecniche per fare in modo che il lettore, leggendo, registri il dato e pur non avendo ancora una chiave completa sia disposto al compromesso e voglia proseguire.

E’ un impegno molto più grande e importante di trovare il lessico giusto. Il narratore si spertica come un ossesso cercando di capire come abbattere le difese del cervello lettore, infilarci memorie dentro e tenerlo ancora là, fino alla conclusione dei fatti che daranno valore a tutta quella massa di memorie.

E’ quello che Hugo chiamava “il lavoro silenzioso”. Ovvero quando ti siedi su una panchina, non scrivi e ti chiedi: “come faccio a rendere interessante un matrimonio? Come faccio a rendere accattivante la vita di questo tizio? Come faccio in modo che il lettore si appassioni alla vita di questa donna?”.
Molto, molto, molto più che prestare attenzione alla coerenza della trama, all’aspetto e al realismo dei personaggi, al contesto storico e alle forme lessicali lo scrittore si spreme le meningi e studia alla ricerca di modi di rendere interessanti cose banali.

Come rendere interessanti le cose banali

Scommetto che ti eri chiesto proprio questo.
Da una parte si tratta di un percorso di fede, nel senso che il bagaglio di arnesi dipende tantissimo dalle esperienze di vita, la sensibilità e gli studi sul campo fatti da ciascuno di noi.
Ma è possibile rendere interessante quasi tutto.

cover-csiAd esempio, la serie tv CSI è riuscita a rendere interessante la cosa più noiosa dell’universo (lo dico per averlo fatto io): le analisi di laboratorio. Lo ha fatto grazie a una combinazione di musica ritmata, schermi hi tech colorati, montaggio frenetico e close up (dettagli minutissimi). La realtà nuda e cruda è che in un’analisi riempi la provetta, la metti in centrifuga anonima, si sente un ronzio fastidioso e questo conclude il tutto per un’ora almeno. Poi ripeti.
Gli sceneggiatori si sono chiesti proprio come rendere interessante una cosa per sua natura banalissima, e ce l’hanno fatta. Ma si sono sforzati per farlo.

Ecco insomma cosa puoi tentare, almeno quello che so io, per rendere interessante una banalità.
-Assurdo normalizzato: i dati proposti non quadrano con la normalità quotidiana, George si sveglia e la metropoli è vuota! Dove sono tutti? Però a George la cosa pare normale e quindi tu che scrivi scrivi come se per George non fosse affatto strano. Il lettore cercherà di capire come mai questi dati strani… non sembrano strani!
-Media Res: spostare avanti il punto di vista temporale di una sequenza, invece di descrivere le premesse, può spiazzare piacevolmente il lettore, che dovrà immaginare l’inizio dei fatti.
-Lirica colorita: un lessico creativo può suscitare interesse. Alcuni generi, come il cyberpunk e il pulp, fanno leva su uno slang proprio.
-Storia di storie: approfondire un dato con una narrazione secondaria genera memorie di entità diversa, quindi il parco mnemonico si arricchisce. Descrivere la storia di un vaso mentre si svolge la storia degli amanti armeni. Anche questa linea narrativa deve essere interessante, però!
-Prospettiva alternativa: descrivere qualcosa da un punto di vista insolito è fra le tecniche principali per suscitare interesse. La vita di un contadino dal punto di vista delle sue pecore!
-Tensione sessuale: devo spiegare perché? La pulsione sessuale, nella specie umana, si rinnova più volte al giorno e resta sempre in attesa di soddisfazione.
-Magia ed eccessi:  per qualche ragione la nostra mente accetta le fantasie estreme (purché coerenti al contesto) nella speranza che tali sconfinamenti siano possibili anche nella realtà. Inoltre lascia molto campo all’immaginazione del lettore.
-Cambio del punto di vista: mostrare lo stesso fatto dal punto di vista di un altro personaggio consente al lettore di generare una partizione diversa della memoria e avere più chiavi secondarie di interpretazione.
-Scena dinamica: una scena composita, con tensioni progressive, tiene il lettore in stato di ascolto.
-Teatro esotico: luoghi non comuni destano la volontà di essere altrove del lettore.
-Dialogo creativo: un dialogo composito, creativo, è in grado di fornire tutti i dati che si vogliono.

Questi sistemi (ce ne sono di sicuro altri) ti consentono di esporre un dato parziale in modo che la mente del lettore lo accetti comunque, in quanto esposto con meccaniche di interesse e curiosità.

Ma no! Devo buttare il romanzo!

Forse no, ma assai probabilmente si.
Quello di creare determinate reazioni nel cervello lettore si tratta di un tuo sforzo, di un tuo impegno. Non capiterà per caso. Non capiterà in funzione di quanto sei stato attento in classe. Non capiterà solo perché sui forum ti dicono che scrivi bene (anzi, dire a qualcuno “scrivi bene” è come dire a un ragazzo “restiamo amici”. Non è proprio negativo ma non è quello che vorrebbe sentirsi dire da lei). Se una scena non trova modo di essere interessante, la si stralcia e si pensa ad altro.
Se nessuna scena decolla, si stralcia il romanzo per intiero.

Se la scena di Marco in discoteca non crea interesse e vuoi solo esporre un dato (Marco deve ricevere un messaggio), probabilmente Marco non deve andare in discoteca. Magari trova un messaggio scritto in verde sul muro davanti casa.
Oh no, e quella bellissima scena che ti eri immaginato fra lui, Walter e le luci strobo? Se ne va al diavolo, e ti assicuro che il mondo non ne piangerà l’assenza. Perché non era bellissima, eri solo contento di aver immaginato qualcosa.
Ma Marco è un tipo da discoteca, devo pur farlo capire!
No, Marco non esiste, ti sei fissato te che è un tipo da discoteca. Magari se lo facevi sin da subito astronauta pechinese era molto meglio…
Ecco perché la prima storia, quella che esiste solo nella mente dello scrittore, è molto importante, e richiede tanti tanti giorni di riflessione.
Perché se parti a caso ti ritrovi con pagine su pagine di esercizi stilistici da buttare e che al massimo ti fanno venire la sindrome del tunnel carpale.

Perché sapere questa cosa ti fa raggiungere l’immortalità

A questo punto tu, come scrittore, hai un balzo in avanti. Perché quando congegni le tue storie puoi subito chiederti se offrono queste opportunità.
Anzi, di più! La meccanica stessa ti suggerisce quali storie sono opportune e quali no. Se una premessa e le azioni conseguenti non ti consentono di creare incognite attraenti, è una cosa da cassare. Per quanto bene tu la scriva e quanti anni ci impieghi, è una merda.

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Se il racconto dei tre amici a Istanbul ti sembra bello UNICAMENTE perché hai visualizzato i personaggi, e ti piace Istanbul, ti verrà uno schifo, io ti avviso prima.
Se invece ti sei fermato e ti sei chiesto: pensiamo al lettore. Cosa vuole? Incognite. Quindi facciamo un ragazzo che perde l’aereo e si trova smarrito ad Istanbul. E’ una grande incognita. Bene, il lettore vorrà sicuramente altro. Facciamo che si trova coinvolto in scontri di piazza e lo scambiano per un sedizioso. Come la scrivo? Come la espongo? Voglio creare tensione, umorismo, fargli ansia o farlo interrogare su certe cose?
Questa storia, così concepita, sarà di sicuro MOLTO più bella e coinvolgente di quella romance sfigata che avevi creato partendo dal tuo unico gusto personale. Cerca di interessare un cervello che non è il tuo. Questa è narrazione, mio caro.

Se da qualche parte hai letto: scrivi la storia che tu vorresti leggere, ti hanno fregato col botto. Fidati.

Operando così, di fatto tu smetti di sentirti come legato al tale romanzo, alle tali immagini, ai tali personaggi, e diventi una fabbrica di storie. Passi dall’essere l’esordiente col manoscritto in mano che chiede l’elemosina editoriale ad essere lo scrittore: colui che stuzzica e aggrada cervelli lettori. E lo farai coi racconti, le sceneggiature, le graphic novel, i romanzi, gli script, le partiture e tutto quello che è giusto secondo quello che hai ideato. Non secondo il sogno bislacco di scrivere un libro col tuo nome sopra (che non ci sarà mai, facendo diversamente, o farà così schifo che non potrai fare carriera, o toccherà pagarlo a te).

Hugo non ha creato Esmeralda perché gli piaceva una bella zingara mora con gli occhi verdi. Ha pensato “mi serve un personaggio libero di andare dove vuole per creare incognite, una tipa ammogliata e rispettabile non esce neanche di casa”, ed ecco la girovaga. Nei Miserabili ha usato ValJean con la stessa logica!
Rowling non ha creato Harry Potter perché le piacevano i maghetti. Ha pensato “voglio delle incognite favoleggianti. Se ci metto un adulto è troppo abile e forte… mettiamoci un ragazzino, così deve risolvere i problemi. Ah, un ragazzino… quindi facciamo una scuola, così lo vediamo impacciato come ogni bambino sfigatello che arriva al liceo! Piacerà a chi va al liceo!”
Martin non ha pensato ai suoi personaggi secondo la logica di quanto erano belli, o deboli, o cattivi, o buoni. Ha pensato “devo creare una storia con tanti personaggi in conflitto. Questo darà luogo a tante incognite per il lettore… mmmh… vediamo… facciamo delle casate nobiliari!”. E di qui a cascata il resto. “Mettiamo un evento a tempo, così il lettore va in ansia, e ho qualcosa che fa cambiare gli equilibri in gioco… si fa una calata di barbari! Si, ma come mai a tempo? Mmmh. Facciamo che con l’inverno si genera un ponte di ghiaccio e lo possono attraversare. Ottimo! Ai lettori piacerà, lo troveranno credibile! Sono in ansia per questa calata di barbari, mentre le casate agiscono in preparazione. E quando arrivano sarà per i lettori un evento epocale. Fantastico!”
Il primo pensiero va sempre alla terza storia, quella che esisterà nella memoria dei lettori. All’effetto che vuoi generare in loro. Non a quanto è “bella” o utile o moralmente impegnata la tua trama o la tua prosa. E soprattutto, come vedi, il tuo giudizio morale su cosa sia scrivere e cosa rappresenta la storia non contano una beneamata mazza.

Scrivere è servire un piatto che tu non puoi assaggiare

Smetti quindi di scrivere, se lo stai facendo, la storia della tua vita, fosse questa esplicita o in parafrasi. Non pensare a te stesso, e se ti senti incompreso prendi un cane, fidanzati, scrivi un diario ma non mettere te stesso nelle pagine. Non è narrativa quella, è psicoterapia!
Se noti che ti viene di scrivere solo delle tue pulsioni personali, dei tuoi valori, di “qualcosa che la gente non capisce”, oppure di una storia che risolve magicamente un disagio, fermati. Stai cercando di dire qualcosa a qualcuno. Hai qualcosa di irrisolto dentro. Noia? Solitudine? Astinenza? Disaffezione? Un qualche tipo di disagio?
Interrogati perché da questa scrittura erronea in realtà potresti scoprire qualcosa su te stesso di molto importante.
Non nasconderlo dietro un romanzo. Sia perché il romanzo non verrà capito da chi ti dovrebbe ascoltare, sia perché stai nascondendo un’esigenza vera che devi affrontare sinceramente invece di tirarla per le lunghe.

Un ragazzo mi fece leggere il suo romanzo. Parlava di un ragazzo gay che, dopo alterne fortune, passava sotto l’ala protettrice di un signore benevolo che gli insegnava la musica.
Il romanzo faceva orrore. Delicato ma narrativamente insostenibile. Lui ne era innamoratissimo, lo teneva da conto come un figlio, e questo mise una pulce al mio orecchio.
Gliene parlai e mi disse che stava lavorando ad un altro testo. Anche questo “bellissimo, eccezionale”. Un cavaliere gay che dopo aver perso l’investitura trova la pace in un convento. Letto due stralci ed era una stronzata che chiunque scriva dovrebbe capirlo da solo.
Allorché la telefonata che seguì fu piuttosto esemplare.
Io: -Rollo (Rodolfo), ma hai fatto outing coi tuoi?
Rollo: -Ma io non sono gay!
Io: -Guarda che lo sappiamo già, ce lo ha detto Andrea al pub tedesco.
Rollo: -Ah. […] Comunque no. Non ancora.
Io: -Non so se ti convenga farlo, non conosco la tua famiglia, ma mi stai riempiendo di outing mancati. Il prossimo cos’è? L’astronauta gay che si rifugia su Marte? Non è che se pubblichi un romanzo e i tuoi lo leggono lo capiranno così. Mentre tu sei rifugiato altrove.
MAGICAMENTE, da quando Rollo fece outing, smise di scrivere. Ma guarda un po’.

Non mi escludo. “Nevichi Stelle” è un mio romanzo assai ben scritto in senso stilistico, anzi, non ho mai usato una prosa così ben fatta. Però sono io che parlo di complessi di inferiorità. I MIEI.
La storia era priva di tensione narrativa perché non avevo per nulla contemplato il cervello lettore e le sue esigenze. Chi lo leggeva diceva sempre “scritto benissimo, però la trama non c’è”. E non c’era. “Non ha senso che si risolva così”. E non lo aveva quel senso. Chi lo finiva, perché la maggior parte si fermava prima, incapace di essere attratta da una serie di “non fatti” che io posso capire, ma solo io. Non c’erano incognite. Solo dichiarazioni di stati dell’essere. Io la trama ce la vedevo, perché era la mia vita, densa di tutti i suoi misteri irrisolti. Ma stringi stringi, nella mente del lettore erano due lesbiche che si innamoravano dal nulla mettendoci 300 pagine a dirselo. E io, geniale, l’ho scritto pure nell’incipit, “almeno capiscono di cosa parlo”. Un fallimento meraviglioso della tecnica narrativa.
Le due si incontrano banalmente, vanno a zonzo banalmente, hanno una banale incomprensione, si riprendono banalmente. Infarcito di riflessioni MAGISTRALI sulla vita… ma perché leggerle?

Questo ti fa capire come sia da evitare assolutamente di vergare su carta la “nostra” storia. Quella che VOGLIAMO tramandare e dire. Quella che trasforma noi in storia scritta. Perché di fatto siamo noi a parlare col nostro cervello, escludendo completamente nella stesura la presenza di un secondo soggetto.

Rollo risolse con l’outing, io ho risolto con una biondina sexy, tu risolvi con altro.

Ma… ma è faticosissimo!

Certo che lo è, perdiana. Infatti roba come il NaNoWriMo sono giochi, non puoi scrivere un vero romanzo in un mese. Ti ci possono volere anche due giorni per congegnare un passaggio narrativo efficace.
Come diceva Hemingway, “non è questione loro il fatto che hai dovuto imparare a scrivere. Lascia che credano tu sia nato con quel dono”.
Con questo si riferiva anche a sè stesso.

Io non credo molto al discorso di una prima bozza amorfa. La prima bozza amorfa sarebbe così amorfa da non contemplare nulla. Nemmeno quelle idee creative che, abbiamo visto, danno luogo alla terza storia nella mente del lettore e che fanno la narrativa.
Credo invece che la prima stesura debba richiedere moltissima energia creativa, e il maggiore sforzo possibile. Quelle successive sono solo inverniciature, correzione di sintassi minima e perfezionamenti dopo un periodo di distacco.
In ogni caso potrebbe occuparsene un editor, che non ha il compito di scrivere il tuo romanzo, ma di togliere una briciola in un transatlantico. L’editor lavora col microscopio, non con la motosega. Se cambia molte parti del testo lo stipendo dovrebbe prenderselo lui.

Il genere o il tipo di storie che puoi scrivere dipenderanno dalle cose che conosci (gli elementi che puoi mettere in campo, dunque, in fase di ideazione), i tuoi valori morali, e da quali tecniche usi per rendere interessanti le memorie che vuoi generare nel percorso narrativo.
NON MAI dall’intelligenza, dal titolo di studio, da quanti manuali hai letto. Non dipende neppure dal tipo di lemmi che usi. Teoricamente parlando neppure da quanti libri hai letto, benché di fatto più libri leggi e più cose conosci, quindi in fase di ideazione hai più elementi coi quali giocare. Se leggi molti libri sull’oceano puoi concepire bene una storia che coinvolga la navigazione. Ma Conrad, più che altro, prese ispirazione dalla sua stessa vita, ugualmente fece London. Eco scrisse di Medioevo essendo medievalista. King parla dell’hinterland americano perché viene da lì… Insomma, leggere moltissimo è figo ma non è automaticamente il metodo per diventare scrittori, proprio perché questo meccanismo che ti ho illustrato non si vede sulla pagina.
Uno scrittore legge molto meno di un lettore seriale. Chiaramente, uno scrittore SCRIVE più di chiunque altro!

Conclusione

Se tutto quello che ho scritto ti pare corrispondere a uno sforzo improbo, beh, lo è di sicuro. Ma se scrivi per mestiere vorrai mica fare meno fatica di un manovale? La fatica ci deve essere, perché ogni opera fattuale richiede un costo, e per le leggi dell’entropia il costo supera sempre il valore del risultato finale.
Suderai tanto per qualcosa che rende un po’ meno di quelle calorie spese.

Il libro, però, è più importante di quelle calorie.

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6 pensieri riguardo “Il segreto che ti cambia da esordiente in romanziere

  1. Mi ritrovo in ciò che scrivi, per me la storia deve avere la priorità e non avevo mai riflettuto sul fatto che alla fine chi scrive voglia soddisfare una mente lettrice. Infatti non scrivo per me a mo’ di terapia, ma scrivo proprio per scoprire una storia attraverso i suoi elementi che a poco a poco tendono verso un’interpretazione finale, forse per questo mi piace molto il genere thriller. Ragiono parecchio sui vari elementi prima di scrivere, la definizione “lavoro silenzioso” si addice molto, mi piace, e adopero tutta l’energia creativa nella mia bozza tanto da essere l’unica e poi continuo a spendermi con varie revisioni.
    Dopo tutto non mi resta che farti i complimenti, un articolo ben fatto che rivela l’essenza della tecnica narrativa.

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  2. Anch’io penso che mi sarebbe impossibile scrivere un romanzo in un mese, fosse anche solo la primissima stesura. La mia fantasia richiede tempo, pause e salti spazio-temporali. Ho letto però un romanzo scritto col metodo del NaNoWriMo che aveva tutte le carte in regola per essere una buona lettura, quindi può darsi che menti diverse lavorino in modo diverso.

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    1. Sono stato coinvolto quest’anno nel NaNo, il numero di parole c’è stato, ma per l’editing ci metterò il quadruplo del normale. Non sono ancora del tutto convinto che fare rush sia funzionale. Per un senso o per l’altro: 12 romanzi l’anno sarebbe comunque improponibile.

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