Guest Post: La Mente nella Lettura

Lascereste il vostro paio di scarpe preferito in mano a un ciabattino che non sa cosa sia una tomaia?

Come autori abbiamo il dovere di esplorare, conoscere e intendere gli aspetti più profondi della letteratura, inclusi i meccanismi psicologici e tecnici che la animano. Altrimenti saremmo dei ciabattini mediocri!

“Doc”, ovvero Alessio Montagner, il brillante critico, torna su questo blog a spiegarci qualcosa di molto interessante su come funziona la nostra mente da autori e da lettori. Si è superato!

Accomodatevi su una poltrona, tenete del caffè a portata di mano e partiamo per un viaggio ai confini.

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La mente informa

Se costruiamo un tamburo mettendo una membrana su una forma di stella, e ne costruiamo un altro su una forma di cuore, questi due tamburi, seppur percossi con identica forza, produrranno suoni diversi. Se nell’altra stanza ci fosse una persona abbastanza abile, anche solo ascoltando i suoni sarebbe in grado di determinare la forma della membrana, il materiale di cui è fatta, il suo grado di tensione. Ci sono addirittura scienziati che pensano di poter determinare la forma dell’universo sfruttando questa stessa logica, osservando la radiazione residua del Big Bang.

Tra la mente e i suoi prodotti esiste lo stesso rapporto che c’è tra le caratteristiche del tamburo e il suono da lui prodotto: la mente informa a tutto ciò che le passa attraverso, gli dà forma; e quindi analizzando il prodotto saremo anche in grado di determinare le caratteristiche della mente che lo ha generato.

La mente nella fruizione

La mente è l’insieme delle idee, dei principi, dei pregiudizi, delle predisposizioni, delle conoscenze che compongono la propria visione del mondo, e, in generale, di tutto ciò che porterà una mente a generare risultati diversi da quelli di un’altra.

Quando noi fruiamo un artista, dobbiamo pensare che, qualsiasi cosa abbia fatto, quella è conseguenza del particolare modo di lavorare della sua mente. Se la nostra mente è però totalmente diversa dalla sua non riusciremo a capire le sue idee, i suoi principi, non capiremo dove puntare gli occhi, e semplicemente non vedremo quello che secondo l’artista doveva essere il bello.

Tutti noi abbiamo qualche volta cambiato giudizio su un determinato artista. Io, per esempio, non sopportavo Van Gogh: la sua arte mi pareva troppo affettata e ripetitiva, troppo banale, troppo pop. Il mio modo di vederla è cambiato leggendo il suo epistolario, e ora (anche se non lo considero certo ai livelli di colossi come Bruegel, Bellini, El Greco, Manet, Schiele) lo apprezzo. Cosa è successo? Semplicemente: leggendo una diretta trascrizione del modo di lavorare della sua mente, anche la mia è cambiata, ho imparato cioè a guardare l’opera come lui voleva la si guardasse; prima volgevo gli occhi in punti sbagliati, e cercavo nell’opera ciò che non poteva esserci.

Arriverei a dire così: che bisogna simulare la mente del creatore. L’artista non deve pensare alla mente del fruitore e adattarsi, compiacerlo, fare arte pop, bensì deve portare il fruitore, durante la fruizione delle sue opere, a simulare la sua mente, perché è da questo che davvero dipende il piacere estetico.

La mente nella creazione

Ma simulare la mente di un artista è di grande importanza anche e soprattutto nella creazione.

Capita infatti che, nel tentativo di apprendere le tecniche di un artista, si imitino direttamente i suoi stilemi. Ed è sbagliato. È quel che Alfred Stevens ha fatto con Michelangelo: ne ha copiato, in modo corretto, le pose, le espressioni, i giochi di luce, ma quel che ha ottenuto è un’arte vuota e incoerente. Dove ha sbagliato Stevens? Ha considerato gli stilemi validi di per sé, come fossero originati da null’altro che sé stessi.

Ed è sbagliato: uno stilema, una determinata tecnica, non è mai valida di per sé, ma è sempre la conseguenza di un ideale, di un principio, di una visione del mondo. Se si vuole imitare l’artista, allora, non bisognerà copiare lo stilema, bensì simulare la sua mente: solo così, infatti, si potranno adattare gli stilemi ai vari soggetti, di volta in volta, e non si forzerà, come ha fatto Stevens, uno stilema inadatto al contenuto scelto.

Anche una volta superata la fase dell’apprendistato, mantenere un certo controllo sul proprio stato mentale rimane necessario a chi abbia un minimo d’ambizione. A tutti capita, infatti, di riscrivere due volte uno stesso paragrafo, in due giorni diversi, e ottenere in uno dei due risultati migliori. Perché accade? Perché, in qualche modo, è cambiata la mente che genera il paragrafo: magari ora ha un umore diverso, magari la sua visione del mondo è cambiata leggermente, magari ha fruito un qualche pezzo d’arte illuminante nell’ultimo periodo. Riuscire a simulare il tipo di mente più adatta alle circostanze, riuscire a rispondere in modo vero alla domanda “Cosa avrebbe fatto Tolstoj in questa circostanza?”, rimane un aiuto.

Ma soprattutto, non bisogna dimenticare che la mente non solo informa, ma si informa.

Certo non bisogna sopravvalutare l’azione dei neuroni-specchio (come negli scorsi anni è stato fatto: per depurarsi, si legga “Il Mito dei Neuroni Specchio” di Hickok), ma il loro ruolo, in questo campo, continua a farsi molto sentire.
Come sappiamo, i neuroni specchio simulano e ripetono le azioni che vediamo: è grazie a loro se impariamo ad aprire una porta semplicemente vedendolo fare, ed è sempre merito loro, anche se solo in parte, se capiamo e facciamo nostra l’emozione di una persona anche solo carpendone l’espressione. E anche nell’osservare un dipinto, per dire, abbiamo visto che i neuroni specchio riescono a dedurre e simulare il movimento usato per creare certe pennellate.

Non so se sia merito dei neuroni specchio o qualcos’altro, ma è evidente che la nostra mente riesce a simulare non solo le pennellate, ma anche il processo che ha portato alla creazione di un determinato stile: per questo quando leggiamo per tanto tempo sempre uno stesso autore finiamo per scrivere come lui, e in questo senso la mente si informa. Ne consegue che, a furia di leggere un certo autore, si imparerà istintivamente, per una certa misura, a simularne la mente, e a riconoscerla quando la si vede manifesta (ecco perché si può immaginare il carattere, finanche il modo di muoversi di un autore, anche solo leggendolo).

La mente nella storia

La stessa storia dell’arte potrebbe essere vista come una “storia degli stati mentali”. Perché se ogni opera d’arte rappresenta un certo stato mentale, e ogni epoca ha una certa arte, allora esisterà anche un particolare “sostrato mentale” indicatore di un’epoca: una visione del mondo generalizzata, dei valori e degli ideali generalizzati, delle emozioni dominanti davanti al mondo.

La storia dell’arte e la storia della mente, quindi, se non coincidono, comunque hanno importanti punti di contatto.

Conclusioni

La mente ha sostituito il nostro stereotipo d’anima. Lo stesso mondo che vediamo non è il mondo reale, ma solo il pensato; le proprietà stesse degli oggetti che tocchiamo, come il colore, non è qualcosa di propriamente reale, ma una interpretazione che la nostra mente ci dà di un determinato fenomeno fisico. Tutto ciò che vediamo, quindi, non è nel mondo: è nella nostra mente.

Lo studio della mente (di cui, a dirla tutta, non sappiamo praticamente nulla) acquisirà un ruolo sempre più importante.

Poi arriverà il giorno in cui riusciremo a controllare artificialmente i suoi stati, e potremo entrare nel migliore stato nel giusto momento a volontà propria. Ecco perché secondo me l’analisi, la riflessione, anche se certamente in un modo ben più raffinato del mio, deve prendere questa direzione: non cercare di vedere il mondo, ma la mente; analizzare non l’oggetto artistico, ma la mente che lo ha generato.


 

(potete anche leggere una versione romanzata di un epistolario avvenuto fra me e Doc. Per brani, analisi e altri contributi di livello visitate il suo blog a questo indirizzo)

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