Come scrivo un romanzo

Oggi spiego come scrivere un romanzo. Ho letto molti manuali e corsi su come si scrive un romanzo, ma erano troppo tecnici e imponevano ritmi che non sono realistici. Mi sono chiesto se sia davvero possibile scrivere un’opera in cento giorni, seguendo uno schema, facendo grafici, sinossi e altre meccaniche. Sembra una bella promessa, ma la realtà (almeno la mia) è molto diversa. Questi manuali mi paiono modi furbi di sostenere aspettative.

Io non credo che si voglia scrivere un romanzo il prima possibile, seguendo uno schema. Ma che si voglia ottenere un’opera nostra, di qualità e che piaccia al maggior numero di persone possibili.

Quando scrivo un testo ho proprio questo obbiettivo.

Qui non spiego come fare, ma come sto effettivamente facendo a compilare un buon romanzo di lunghezza accettabile e a mio dire piacevole a leggersi.

Potete usare questo articolo come guida o come confronto rispetto al vostro modo di lavorare.

Fase 1: la concezione

Ho abbandonato da tempo l’idea di scrivere della mia vita o della mia sensibilità, non sono bravo in questo. Se dovessi consigliare a qualcuno su cosa scrivere direi di trovare una storia ancora invisibile, e percepire la voglia di farla esistere perché gli piace raccontarsela. Anche se non ha questo gran primato morale…

L’idea può venire da qualunque spunto. Nel mio caso viene da dialoghi creativi con altre persone. Il romanzo che sto scrivendo nasce dall’idea di una mia conoscente e le sue amiche troppo pigre per muoversi durante un trasloco. Quindi… vengono spostate dagli operai assieme al mobilio!

Quello che mi interessa trovare è una situazione aperta. Cioè un assieme di personaggi o eventi che possano svilupparsi in qualunque direzione.

Quando intuisco il potenziale il mio cervello frizza, ribolle, divaga. Inizio a far viaggiare le cose per ogni dove. Scarto le idee meno accettabili e accolgo quelle che aprono ulteriori sbocchi.

Se avverto la possibilità di raccontare tanto, in modo approfondito e di molti eventi (ancora non so quanti, ma vedo un orizzonte sterminato di scene belle) allora la concezione è fatta. Ho trovato l’idea giusta.

Se non capita questo fenomeno non mi preoccupo, perché vuol dire che lo spunto non era nelle mie corde.

A questo punto cerco di arrivare ad un assieme di scene collegate a quell’idea. La prima di queste alla quale rivolgo più attenzione è il finale. Già, parto dal finale. Avendo una premessa iniziale, sapere dove voglio arrivare genera per conseguenza una possibile traccia di percorso.

Il finale determina il tono della narrazione, quindi è naturale che lo individui per primo. Mi fa anche decidere quali sono i personaggi coinvolti e gli scenari.

Il mio cervello continua a lavorare dando luogo a delle scene chiave, immancabili, che devono portare a quel finale e non ad altri.

Tuttavia in questa fase non so ancora come collegare queste scene, nè quante e quali aggiungerò.

Ecco perché non scrivo la traccia, e non faccio scalette o programmi. Qualche giorno fa, raccontando a me stesso il romanzo che sto scrivendo, ho scoperto che posso arrivare a un colpo di scena incredibile se solo cambio UN elemento.

Avere di questi limiti larghi mi consente di lavorare più facilmente, posso sempre inserire nuove cose se necessario, reindirizzare i personaggi, e cose di questo tipo. Posso anche scartare scene chiave se sarà necessario.

Quando mi sento sicuro, in vena e avverto che è giunto il momento di farlo, comincio a scrivere il primo capitolo.

Di solito mi capita quando sono molto rilassato e mi sono successi eventi positivi che mi danno fiducia sul futuro.

Non metto il titolo perché ho paura che mi influenzi troppo. Tanto so che poi cambierà molte volte, o lo farò decidere ai lettori.

Fase 2: incipit

Devo decidere in quale punto lungo la linea del tempo far iniziare la storia. Talvolta dopo aver scritto delle parti mi trovo a stralciarle, spostando il punto di inizio più avanti, oppure aggiungere qualcosa prima, descrivendo premesse.

Spesso il punto di inizio della nostra creatività non è il punto più importante e accattivante per il lettore.

Ad esempio potrei cominciare con la descrizione di una ragazza triste (ore 17), quindi un tentativo di autolesionismo (ore 18), quindi la corsa in ospedale (ore 18.30) e il ricovero (18.50). Il giorno dopo la ragazza avrà le sue visite.

Se notate possiamo spostare l’inizio a diversi orari. Se comincio alle ore 18.30, comincio con una scena concitata dentro l’ambulanza, sangue, premura ma non si sa perché. Lo scopriremo dopo. Se cominciassi invece alle ore 18, avrei una ragazza in bagno con un rasoio. Cominciando dal mattino seguente avrei una ragazza placida e spossata, vergognosa, in una camera di ospedale.

Nel romanzo in essere ho dovuto al contrario spostare le lancette indietro per introdurre meglio la storia.

Questo espediente delle lancette lo sto usando ad inizio di ogni capitolo, e vedo che funziona molto bene.

Fase 3: resto della stesura

La sfida che si presenta davanti le pagine bianche sta tutta nel collegare le scene chiave che avevo immaginato in ordine logico, narrativo, affinché avvenga il finale che mi ero prefisso.

Nella norma scrivo circa 4 capitoli per ogni “periodo” di creatività.

Al contrario di quel che si potrebbe leggere altrove, io consiglio di andare pianissimo, ad un ritmo piacevole che consenta di fare tante battute ma senza uscire dal seminato. In più, di fare pause lunghe. Il mito dell’uomo che scrive 6 romanzi l’anno uno di fila all’altro è da scartare: King lavora ad almeno 4 o 5 testi contemporaneamente, intervallandoli (si evince dal fatto che le date di inizio e fine delle opere sono dilatate e intersecate con altre produzioni).

Insomma: si scrive quella precisa storia quando si sente il “disperato bisogno” di farlo, se no si scrive altro.

Ho scoperto che è molto meglio applicarsi con precisione da orologiaio con infinita pazienza, che non cercare di fare il colpaccio scrivendo tutto assieme al primo impeto creativo. Busi ha esordito con “Seminario sulla gioventù” impiegando 14 anni… ma quando è uscito aveva già in essere 2 altri romanzi di uguale valore nel cassetto. Ha intervallato le scritture.

Personalmente scrivo circa 10.000 battute al giorno, per un periodo di circa un mese, quindi mi fermo per diverso tempo (mi dedico ad altro, comunque).

Lungo la stesura il problema più grande che mi trovo ad affrontare è: come continuo adesso?

Questo capita se non so collegare due scene, perché logicamente distanti.

Non esiste una soluzione matematica. Ci si prende una pausa e si ragiona su come andare dal punto A al punto B. Potrebbe volerci più “storia” del previsto.

Se davvero non mi riesce o il risultato fa pena, cancello il finale di quella scena in modo da tentare un altro percorso.

Ad esempio, alla fine del capitolo 4 una delle protagoniste si mostra con un homeless.

Ho continuato da quel punto (le scene con lui erano simpatiche), ma non riuscivo ad andare al punto successivo. Divagavo.

Sono tornato indietro, ho trasformato magicamente l’homeless in un gattino ed ecco fatto. Ora ho altre scene simpatiche e sono riuscito ad arrivare tranquillamente al punto B.

Questo tipo di ripensamenti sono la prassi e non dovrebbero spaventare.

I beta reader

E’ a questo punto che mi attivo per ottenere dei beta reader a cui far leggere questi “blocchi” mano a mano che li produco. Cioè interpello amici DAVVERO interessati a leggere, che siano lettori abili. NON scrittori. Questo è importante. Cerco insomma persone che siano simili al pubblico finale.

Questi beta reader dovrebbero fornirmi delle informazioni. Ad esempio se la storia appare credibile, se è appassionante e cosa li ha colpiti.

E’ interessante anche chiedere loro cosa si aspettano che accadrà in seguito (anche se poi faremo di testa nostra, è interessante per intuire se li abbiamo o meno spiazzati abbastanza).

Le idee vanno valutate, io le tengo in conto parecchio, alcune cose però no. Ad esempio correzioni grammaticali. Non è per quello che ho contattato tali persone.

Fase 4: dimenticare il testo

Raggiunto il finale… il romanzo è concluso. C’è da non crederci! Non importa come sia venuto fuori, l’importante è che si sia svolta la narrazione dall’inizio al finale che ci si era prefissi.

La voglia che si ha di far leggere il testo appena uscito me la devo far passare. Perché il testo di sicuro non è pronto.

Stappo lo spumante, perché ho finito l’impresa, questo si. Poi nascondo il testo e lo dimentico, in modo da non essere più coinvolto emotivamente dai fatti e dai personaggi, o dall’orgoglio di aver generato una storia completa.

Questa fase è importantissima, davvero. Quasi quanto la scrittura stessa. Senza fermentare, dall’uva non viene fuori il vino.

Fase 5: revisione

Ho notato che per me il tempo di dimenticanza è circa 6 mesi. Per voi può essere di più o di meno, in ogni caso avviene quando, rileggendo, ti chiedi chi diavolo ha scritto quelle cose tanto belle (o tanto orribili!). Si legge insomma come farebbe un lettore, che non conosce la frase seguente e deve ricreare quelle scene da zero nella sua immaginazione.

Se la prima stesura è stata fatta bene, e i beta reader ci hanno dato buone indicazioni, la revisione è molto facile. Si stampa una copia su carta (sul serio, va stampata), si prende una matita e si correggono gli errori e le frasi che non ci piacciono. Come la maestra a scuola, solo questo. Un lavoro che dovrebbe portare via non più di una serata.

A me succede anche di segnare parti che trovo “ingenue”, e di avere nuovi spunti sul tema. Ad esempio, in “Cosa non farei per te” (romanzo comico di qualche annetto fa), un monologo del protagonista mi sembra adesso molto stupido, mentre trovo grandiosa una nuova idea che sul momento non mi era davvero venuta in mente.

Nota che questo è possibile solo se si applica la Fase 4, cioè dimenticare il testo! Ho detto che era una fase importante, vero?

Fase 6: festa

Fine. Il testo è pronto. Scrivo le parti necessarie alla formattazione (titoli, ringraziamenti, prefazioni, indici), lo spedisco ai beta reader (ai quali comunque farò avere una copia gratuita nel caso il volume sia pubblicato), e vado a festeggiare. Il lavoro è finito.

A meno che non si voglia provare ad essere indie, e allora il dramma comincia proprio adesso. Ma di questo parlerò in altra sede.


Problemi…

Cosa faccio se fa schifo?

Talvolta il testo non esce come lo volevamo. Da un certo punto di vista significa che la storia quella è, e quella deve essere. Non tornerò mai più sul “Diario di viaggio di un attore cattivo”, anche se avrei voluto una storia molto più intensa. Bisogna saper rinunciare. Anche perché insiste il sogno di scrivere un incredibile capolavoro ogni volta. Beh, vi darò una bella notizia: Conrad, il famosissimo Conrad di Lord Jim e Cuore di Tenebra, ha scritto romanzi orribili che nessuno ha voluto comprare. E posso citare London, Hesse, Strindberg, King, Barker… chiunque volete. Esistono opere maggiori e opere minori. Tutto fa brodo, ma non tutto sarà Consommè a 5 stelle.

Amate i vostri figli anche se hanno il naso storto, insomma.

E’ pure vero che non sarete voi a giudicare quale è un capolavoro e quale no! Quindi fino a che avete dato il meglio di voi stessi avete la coscienza pulita. Il resto lo decideranno 6 miliardi di scimmie scalmanate. Rilassatevi.

E se invece è troppo corto?

Il problema dei problemi, che mi sento chiedere di continuo. Ho dovuto affrontarlo spesso.

Non è un problema in sè, probabilmente si trattava sin dalla concezione di una novella e non di un romanzo. In certi casi ho davvero lasciato perdere e considerato la storia come un racconto molto molto lungo.

Comunque per allungare si può ricorrere a degli espedienti già impiegati in letteratura.

-Capitoli riempitivo. Sono capitoli slegati dalla trama in corso ma che parlano dello stesso tema. Ad esempio, in Notre Dame de Paris, Hugo scrive capitoli interi sull’architettura di Parigi, che potevano non esserci, eppure approfondiscono determinati temi sollevati nella trama.

Una volta lessi una storia inviatami da una ragazza – argomentava di abusi e mi chiese come potenziarlo. Per allungarlo abbiamo risolto inserendo due capitoli in cui si descriveva una parlamentare che affrontava al Governo il decreto legge sugli abusi, che in quei giorni stava per essere promulgato. Con questo trucco abbiamo non solo allungato il testo senza complicare nè toccare la trama, ma pure approfondito il tema, facendo capire meglio la situazione e alcuni presupposti.

-Storia nella storia. Questa è una soluzione drastica, che può comportare una riscrittura. Avete letto il Codice DaVinci. Io si. E vi siete accorti che sono DUE romanzi in uno? Io ho fatto l’esperimento. Ho letto solo la parte di Langdon. La storia torna lo stesso. E ho fatto l’esperimento inverso. Ho letto la parte di Silas soltanto. E’ un altro romanzo!

Quindi si potrebbe risolvere la questione creando un secondo protagonista che affronta la stessa vicenda, ma in modo completamente diverso.

-Usare i personaggi. I personaggi potrebbero divagare in alcuni punti del testo, esponendo teorie o pensieri. Questo può far guadagnare qualche paginetta.

I personaggi possono anche fermarsi e riflettere sui fatti in corso, facendo loro stessi ipotesi su come continuerà la storia. Anche queste sono paginette extra. I personaggi possono e dovrebbero avere vite loro proprie, quindi degli obblighi e dei fatti da affrontare che esulano dalla trama principale. Ad esempio la ragazza della storia sugli abusi doveva affrontare anche l’esame di fine corso. Questo potrebbe articolare un minimo la questione.

Conclusione

E’ tutto qua, e credo che per scrivere un romanzo non serva altro. Non certo un meccanismo in certo giorni o una scaletta da seguire. Il resto delle minuzie si impara leggendo, scrivendo, facendosi odiare dal prossimo.

Se ci sono domande specifiche rispondo molto volentieri e se volete parlarmi del vostro modo di creare sono pronto al dibattito.

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