Intrepida avventura nella caverna dello Stile

Talvolta, ubriaco giovanotto su una panchina di Madrid, vedevo vecchi operai arrancare per le calle, privi della ragione, chiedendo alla notte cosa mai fosse lo Stile, e dove si trovasse, e cosa lo creasse.
Lo Stile della arti, della comunicazione scritta.
Tiravo dalla bottiglia bofonchiando improperi alla loro condotta di vita scellerata. Eppure quella domanda mi toccava, quando avvinto dalla solitudine.
Cosa è lo stile? Come si forma e cosa lo determina?
Questa è la storia straordinaria di come ho vissuto in prima persona la verifica di quel mito.

Vuoi per caso, vuoi per destino, o come vedremo per le intuizioni raccolte da un insondabile altrove che ci muove, ho conosciuto Alessio Montagner, un giovane dottore dedito allo studio dei misteri più occulti delle arti umanistiche. Avemmo un contatto epistolare breve ma intenso, animato da elucubrazioni di contrappunto.
Affascinato dalle sue teorie, assieme convincenti quanto eterodosse, ho deciso di accompagnarlo nell’impresa più spaventosa che mi sia capitata di vivere.
Dopo un trasvolo già per sua natura rocambolesco, siamo giunti innanzi alle antiche rovine dell’Arte, dove si cela il mito dello Stile.
Oggetti misterioso e indefinito che tanti portò alla pazzia.

Davanti ai pilastri di pietra, avvinghiati nelle mani strette della natura più selvatica, ho un colpo al cuore. Carico il fucile, affino i sensi.
Seguo il mio ospite fino alla scala abbozzata che discende al cuore nero della terra.
Un ultimo sguardo di intesa ci trova concordi nel tentare il viaggio terribile.

Quale fantasma?

Dopo alcuni gradini e momenti di acclimatazione, ci fermiamo in un’antro dove ancora insiste un poco di luce. Chiedo ad Alessio quale forma ha l’orrore cui diamo la caccia, il fantasma che ci sfugge.
Prendo appunti.

“Lo stile si compone di due fattori: il contenuto e la forma. Volendo semplificare ancora di più, diciamo che in narrativa trattiamo la trama e il lessico.”

Rifletto a quella lezione e compilo febbrilmente pagine del diario.
Qualcuno asserisce che la trama può essere banale, ed è la forma che sorregge tutta la narrazione.
Devo dissociarmi da questa posizione, perché molti generi si basano largamente su incognite e meccanismi narrativi e la forma è prosciugata, assente.
Alla gente non piace la forma di King, non può piacere dato che non esiste, sono sceneggiature TV. Piace lo svolgimento dei fatti, e come sono disposti lungo la linea temporale. Piace perché usa riferimenti comuni e un assieme di espedienti (come esporre la voce interiore dei personaggi) che ti portano dentro al fatto narrato. Da un punto di vista lessicale, King scrive come un ragazzino del Liceo. Barker è decisamente migliore, nella nicchia horror, e non parliamo di Lovecraft o altri mostri sacri.
Quindi la forma può benissimo essere semplice e funzionale ai fatti narrati… se i fatti narrati sono una figata.

Comunque è vero anche il contrario: l’ultimo esempio di trama orribile con stile ricercato (Lagioia) ha vinto il Premio Strega. Oriana Fallaci basava le sue panzane quasi tutte sullo stile assertivo riconoscibilissimo. E non mi si dica che divintà come D’Annunzio non giocassero molto sulla proprietà linguistica nuda e cruda. Sono entrato in contatto con il lessico di Gozzi e Berardi, trovandolo gustoso, adoro i lemmi usati da Montanelli. Mi piacciono le ripetizioni di Proust e in alcuni casi mi viene spontaneo usarle, sebbene Proust scriva del NULLA. Lo stile orientale così tanto minimalista trasforma mancanze in ricchezza, eppure spesso narrano del niente pure loro.
Parlando con onestà, Camilleri vince molto come forma, ma gli impianti narrativi non sono poi questo gran miracolo di invenzioni.
Credo di aver reso l’idea: la forma può compensare trame poco entusiasmanti.

Le due parti insomma non sono in equilibrio statico e già questo mi fa capire quanto sia impalpabile il fantasma cui diamo la caccia.

La caverna delle ragioni altrui

Continuando a scendere per gradini abbozzati, umidi e scivolosi, penetriamo sempre di più nella terra dell’insondato. Altri ci hanno preceduto e hanno tracciato sulle pareti dei glifi.
Alessio li illumina con la sua torcia elettrica. Sono le testimonianze di chi si smarrì alla ricerca della reale natura dello STILE. Con l’entusiasmo che lo contraddistingue, il dottor Montagner legge queste eredità alla ricerca di una traccia di percorso. Dal canto mio, per natura critica, offro delle alternative per non cadere in trappola.

“A quanto pare Cezanne disse che si genera un proprio stile quando si opera nell’idea di essere i primi ad esplorare quell’arte. Nel caso della scrittura potrebbe significare dimenticare che esiste una letteratura, apprendere l’uso del lessico e poi esplorare in autonomia le possibilità dello strumento. Reinventando, di fatto, la letteratura”
-Questo è vero, ma in parte. Tutti reinventiamo la letteratura, siamo ignoranti davanti alla pagina bianca. La narrativa ha comunque delle pastoie molto più rigide rispetto a pittura e poesia, che parlano un linguaggio emotivo subitaneo. Dato che la narrazione si svolge, è un percorso, ha delle strutture intrinseche dovute a come funziona il cervello umano. Bisogna un minimo saperle.

“Qualcuno qui asserisce che funziona con la modellazione. Ovvero si sceglie (consapevolmente o meno) un autore di riferimento che ha già funzionato”
-Questo pure è vero, per quanto lo si neghi siamo influenzati dalle nostre letture primordiali. Resta il dubbio su chi sia il riferimento del riferimento, a questo punto… qualcuno prima o poi avrà creato dal niente. Penso al Kabuki giapponese e abbiamo un chiaro esempio di arte nata da un equivoco. Alcune donne al fiume, un poco ebbre, si divertirono a ballare e cantare i pettegolezzi in corso nella regione. La cosa piacque così tanto ai passanti che ne chiesero ancora e ancora. Divenne una nuova forma, nata per errore.

“Certi glifi incisi nella pietra dicono che il proprio stile abbia origine dai modelli della personalità.”
-Questo è innegabile e sfido chiunque a non riconoscere l’ironia di quel che scrivo nell’ironia di come conduco la mia vita. Questo perché vedo lati ironici nelle cose, e ne posso parlare.
Però secondo certi test autorevoli io sarei affine a Dante e questa è palesemente una panzana. Ci accomuna solo il luogo di nascita. La personalità non è una fonte di comportamento autonoma, è come si reagisce ad uno stimolo esterno. Vale a dire che la personalità al limite entra in campo come reazione ai fatti della vita, al foglio bianco, all’editore e alle critiche: la parola che vergo sulla carta, però, è talmente distinta da me che ho scritto brani umoristici mentre piangevo. Non c’è reazione esterna nell’atto pratico della scrittura, quindi la personalità non entra in campo.

“Anche Dalì ci ha messo bocca, dicendo che lo stile è una proprietà dell’individuo, che si manifesta in TUTTO quello che fa. Perfino un atto creativo fa parte dello stile della persona. Se lo stile è cambiato, sono cambiato io. Esiste insomma un’arte della vita in senso globale, con diverse manifestazioni che gli sono specifiche.”
-Sono molto concorde in questo. Ma è pure vero che non tutti possiedono una libertà espressiva tale da consentire loro la piena comunicazione. Insomma, esiste un fattore umano, sociale e situazionale che potrebbe inquinare la cosa. Io non avevo questo coraggio espressivo, mi nascondevo dietro forme retoriche (pur sentendo il bisogno di spezzare le righe). Alcuni potrebbero non voler mai impugnare una penna, sono idraulici felici, pur magari avendo potenzialità artistiche.

Un’ ipotesi nel buio

Una cappa di silenzio scende nel budello roccioso. Mancano l’aria e le risorse. Indietro non si torna ancora, e nessuna iscrizione pare dirci dove si trovi con sicurezza lo stile.
Arriccio un baffo e valuto che, se tutti hanno parte di successo e parte di errore, la verità potrebbe trovarsi nel mezzo.
-Di cosa sta parlando, Burgio?-, chiede concitato il Dottor Montagner, in ansia per la terribile scoperta di un vicolo cieco.

Formulo la mia ipotesi. La credo spiegazione e somma efficace.
-Lo stile è forgiato dal consenso.

Molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, è un “bravo!” al momento giusto che determina una rotta per la nostra vita. L’illusione di essere dei geni iperdotati ci fa ignorare che andiamo sempre a cercare il campo di applicazione più facile e dove otteniamo più “bravo!”.
Ad esempio, agli esordi c’è un “bravo!” per un tema scolastico o per come parliamo. Questo ci fa intendere che la strada per ottenere più riconoscimenti sia quella. Se ci dicevano “bravo!” mentre davamo un calcio al pallone, eravamo Messi e non Palaniuk.
Se Messi non avesse mai dato un calcio a un pallone o fosse nato dove lo sport nazionale era il cricket, avrebbe scelto per sè stesso un altro tipo di vita.
Nessun atto umano desidera la contrapposizione in perdita. Solo stati alterati della mente (tendenza suicida) operano affinché ci si autodistrugga. Quel che facciamo è la ricerca di un consenso il più ampio e spontaneo possibile. Dobbiamo sopravvivere con, contro e assieme alla collettività. Dunque, se scrivendo in tono formale ottengo critiche, eviterò quei toni formali.
Da qui esiste un certo limite, dovuto all’ambiente di riferimento. Il che spiega perché si generino stili secondo le epoche. Oggi, Cervantes non potrebbe scrivere in quel modo perché non otterrebbe tutti quei “bravo!” iniziali che lo avrebbero portato a forgiare quella forma. Al primo periodo indiretto lo avrebbero squadrato in cagnesco, dicendo che non andava bene.

Viviamo nell’incognita più totale su quale sia il nostro posto nel mondo e quale sia la cosa più giusta da fare. I responsi del mondo sociale stretto (la famiglia), allargato (affetti esterni e figure docenti) e globale (i media che interpelliamo) ci dicono chi siamo e quale è il nostro posto.
Per uno scrittore che scrive tanto e si fa leggere tanto, questo consenso arriva perfino al singolo periodo, al singolo lemma, e di qui determina il proprio stile.

Ancora silenzio. Non so se ho convinto Montagner della validità della mia ipotesi, della quale pure io dubito in parte, come un fantasma di seta nera continuasse ad accarezzarmi la nuca suggerendo la mia perdizione. Mentre riflettiamo se darci per spacciati, tentare la fuga o aprirci un varco con le mani nude nella pietra morbida, un rombo. Un suono. Un terribile sconquasso. Roviniamo al suolo convinti che sia la fine.
Veniamo ristorati da un bagliore. Una colonna sbilenca di luce suggerisce che si è aperto un varco e colta l’opportunità ci adoperiamoo per fuggire da quell’orrore asfittico.

L’ultimo mistero

Mentre ascendiamo finalmente alla luce inerpicandoci sulle macerie, un ultimo pensiero ci coglie alla sprovvista.
-E se lo stile non fosse dell’individuo, non venisse dalla sua esperienza personale, ma da una esperienza umana globale?-, suppone tremebondo il Dottore.
Queste parole accendono in me un ricordo.
Uno scienziato di dubbia coerenza verificò alcuni dati inspiegabili. Ogni generazione di topi, chiusa in un labirinto, operava meglio della precedente. Eppure i topi non potevano passarsi informazioni. Questo diede luogo all’idea dei Campi Morfogenetici. Le intuizioni non sono create dal nulla, ma sono esperienze altrui che vagano nel tempo e nello spazio, in attesa che qualcuno nella stessa condizione le raccolga.
Ecco dove avrebbe origine la serendipità. Ecco perché persone distanti affrontarono e risolsero lo stesso problema nello stesso momento. Ecco perché ogni epoca genera i suoi stili: gli artisti chiedono e da altrove, un altrove nel tempo e nello spazio, giunge l’idea più adeguata a quel momento.
E questo potrebbe spiegare il più grande mistero che avvolge lo stile. Perché i popoli hanno sviluppato linguaggi scritti e narrativi andando sempre più verso la similitudine? Perché gli stili si evolvono in misura così tanto circostanziale ai costumi del tempo? Forse qualcosa ci sta spingendo verso una direzione precisa e globale, secondo un piano? Sta giungendo dal futuro un’idea di stile comune e perfetto per l’umanità intera?

-Dottore, la prego, abbiamo già sondato troppe incertezze. Consideriamoci fortunati nella certezza di una vita che continua un giorno ancora. Ne discuteremo in un luogo più sicuro, e con cuore più fermo.-
Montagner annuisce.
Raggiungiamo le piane distese del mondo civile, il sole e l’aria fresca. Ci incamminiamo felici di porre distanza fra noi e quelle rovine ataviche. Purtuttavia, persiste ancora il senso che qualcuno ci abbia osservati dall’inizio dell’impresa, e che lo stia facendo ancora adesso.


 

Chi volesse conoscere il misterioso dottor Montagner, clicchi il link a suo piacere e pericolo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...